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Il punto su Vannacci

Roberto Vannacci: carriera militare, idee politiche, posizioni su fascismo, Islam, Iran, Israele, Russia, Ucraina ed Europa e progetto di Futuro Nazionale.

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19 settembre 2026, di Mostafa Milani Amin


Il punto su Vannacci

Dalla carriera militare alla politica: formazione, idee, posizioni internazionali e progetto politico di Roberto Vannacci, tra sovranità nazionale, conservatorismo sociale, identità cristiana e critica dell’ordine politico occidentale.

Roberto Vannacci è una figura politica difficile da ricondurre a una sola definizione. Generale di divisione dell’Esercito italiano, ex comandante del Col Moschin e della Folgore, impegnato in missioni internazionali e addetto per la Difesa a Mosca, nel 2023 è entrato bruscamente nel dibattito pubblico con il suo controverso libro «Il mondo al contrario». Nel 2024 è stato eletto al Parlamento europeo con la Lega; nel febbraio 2026 ha lasciato il partito, fondato Futuro Nazionale e aderito al gruppo Europa delle Nazioni Sovrane.

La sua formazione non è marginale: oltre all’Accademia militare, ha conseguito lauree in Scienze strategiche, Scienze internazionali e diplomatiche e Scienze militari, oltre a master in ambito strategico e internazionale. Ha avuto incarichi di comando e di Stato maggiore, ha partecipato a missioni in diversi teatri e nel 2017-2018 ha comandato il contingente terrestre italiano in Iraq nell’ambito della coalizione contro l’ISIS.

È da questa esperienza che nasce anche una parte della sua lettura della politica internazionale: sicurezza, sovranità, rapporti di forza e interesse nazionale occupano un posto centrale nel suo linguaggio politico.

Il suo progetto attuale è espresso nel programma di Futuro Nazionale, pubblicato nel 2026. Il movimento si presenta come una destra identitaria e pone tra i propri riferimenti la sovranità nazionale, la famiglia, la sicurezza, il merito, la tradizione e l’identità cristiana. Sul piano sociale sostiene, tra l’altro, una concezione tradizionale della famiglia e posizioni restrittive su aborto, unioni civili e contenuti legati alle tematiche di genere. Sul piano migratorio insiste sull’integrazione e sulla compatibilità culturale.

Un capitolo a parte riguarda il fascismo. Vannacci non si definisce fascista, ma neppure antifascista. Nel 2024 ha confermato di considerare Mussolini uno statista, spiegando di usare il termine nel senso di uomo che ha ricoperto una posizione apicale dello Stato. Ha inoltre sostenuto che la storia debba essere giudicata attraverso i fatti e non attraverso giudizi morali e ha paragonato l’antifascismo all’antinapoleonismo.

Queste affermazioni sono sufficienti per descrivere la sua posizione senza bisogno di aggiungere un’etichetta. Dire che Vannacci è fascista è infatti una qualificazione politica che alcuni gli attribuiscono, mentre egli stesso la respinge. Il dato documentabile è invece il suo rifiuto dell’identità antifascista e il giudizio espresso su Mussolini.

Anche sul tema dell’Islam è necessario evitare semplificazioni. Vannacci critica l’islamismo radicale e, più in generale, pone questioni di compatibilità culturale legate all’immigrazione dai Paesi musulmani. Ma distingue il terrorismo jihadista dall’Islam nel suo complesso e, parlando dell’Iraq, ha sottolineato il ruolo delle forze sciite e dei Pasdaran iraniani nella guerra contro l’ISIS. Nel marzo 2026 ha ricordato che Baghdad non cadde nelle mani dell’ISIS anche grazie ai battaglioni dei Pasdaran e ha collegato la destabilizzazione successiva alla caduta di Saddam alla crescita di quello che egli definisce «terrorismo sunnita».

Questo rende comprensibile il riferimento a Qasem Soleimani, ex comandante della Forza Quds iraniana e protagonista dell’intervento iraniano contro l’ISIS. Ma non consente di attribuire a Vannacci un’ammirazione personale per Soleimani: una simile conclusione richiederebbe una dichiarazione esplicita che non abbiamo.

La sua posizione sull’Iran è diventata ancora più evidente nel 2026. Dopo l’attacco statunitense, Vannacci ha definito gli Stati Uniti «aggressore» e l’Iran «aggredito», sostenendo che fosse necessario il coinvolgimento dell’ONU e ironizzando sulla possibilità di fornire a Teheran lo stesso tipo di sostegno militare ed economico dato dall’Europa all’Ucraina.

Il suo ragionamento non coincide necessariamente con un’approvazione della Repubblica Islamica. Il principio che ricorre nelle sue dichiarazioni è piuttosto il rifiuto delle guerre di intervento e dei cambiamenti politici imposti dall’esterno. È la stessa chiave con cui interpreta Iraq, Libia, Afghanistan e, più recentemente, l’Iran.

Sul conflitto israelo-palestinese, Vannacci ha assunto una posizione critica verso l’azione israeliana, pur riconoscendo il problema della sicurezza di Israele. Nel 2026 ha definito la politica estera israeliana «estremamente muscolare e sproporzionata» e ha dichiarato di non essere contrario in linea di principio all’esistenza di uno Stato palestinese, chiedendo però che ne esistano le condizioni effettive. Ha inoltre evitato di definire autonomamente «genocidio» la situazione di Gaza, preferendo attendere le determinazioni degli organismi competenti.

Anche in questo caso, Vannacci distingue Israele dalla religione ebraica e l’ISIS dall’Islam, considerando queste realtà come categorie politiche, nazionali e religiose differenti, che non possono essere sovrapposte.

Sulla Russia e sull’Ucraina il suo orientamento è altrettanto riconoscibile. Vannacci sostiene la necessità di negoziare e considera il prolungamento della guerra dannoso per l’Europa, per l’Italia e per l’Ucraina. Nel 2026 ha respinto l’etichetta di «pro-Putin», dichiarando: «Io sono pro italiano e pro europeo». Ha inoltre sostenuto che l’Italia debba rimanere nella NATO, ma con una maggiore autonomia nella difesa dei propri interessi.

Il programma di Futuro Nazionale propone infatti di riaprire i canali con la Russia, anche per ragioni energetiche ed economiche, e di adottare una politica estera meno subordinata alle posizioni di altri Stati.

Definirlo semplicemente «filorusso» non restituisce quindi l’intero quadro. È documentabile che sia favorevole al dialogo con Mosca, contrario al prolungamento della guerra e critico verso alcune scelte dell’Occidente; è altrettanto documentabile che egli respinga personalmente l’identificazione con Putin.

Al centro della sua visione resta comunque l’idea di una nazione che difenda con maggiore decisione i propri interessi. Da qui derivano la centralità della sovranità, la critica a un’integrazione europea ritenuta eccessiva, l’attenzione alla sicurezza, la valorizzazione della tradizione cristiana e una politica estera fondata sulla possibilità di dialogare con interlocutori diversi.

Il cristianesimo, nel suo progetto, non appare soltanto come fede privata, ma come elemento storico e culturale dell’identità italiana ed europea. Il manifesto di Futuro Nazionale indica tra i propri principi la vita dal concepimento alla morte naturale, la famiglia naturale, l’identità cristiana e una concezione romana del diritto.

Ne deriva una concezione della società nettamente conservatrice, nella quale famiglia, tradizione, identità nazionale e continuità culturale assumono un peso maggiore rispetto alle impostazioni progressiste contemporanee.

È dunque possibile descrivere Vannacci senza ricorrere né all’esaltazione né alla demonizzazione. È un ex ufficiale con una lunga esperienza militare e internazionale che ha trasformato una parte della propria visione del mondo in un progetto politico. Il suo pensiero combina sovranità nazionale, conservatorismo sociale, identità cristiana, restrizione dell’immigrazione, critica dell’interventismo militare e ricerca di una maggiore autonomia italiana nei rapporti internazionali.

Le sue dichiarazioni su Mussolini, sull’Islam, sull’Iran, su Israele, sulla Russia e sull’Europa sono documentabili; le interpretazioni politiche che ne vengono tratte possono invece essere discusse e contestate.

Il modo più serio di affrontare Vannacci è distinguere ciò che dice da ciò che altri dicono di lui, ciò che è accertato da ciò che è interpretazione e ciò che propone dagli effetti concreti delle sue proposte; ma resta una domanda più ampia: che cosa rappresenta davvero Vannacci? Un uomo politico che interpreta sinceramente la propria esperienza e le proprie convinzioni, oppure una figura destinata a svolgere una funzione più ampia nel panorama politico e strategico italiano ed europeo? Non abbiamo elementi sufficienti per trasformare questa domanda in un’accusa, né sarebbe serio farlo; possiamo però osservare senza pregiudizi chi lo sostiene, quali ambienti gli si avvicinano, quali interessi convergono attorno al suo progetto e quali effetti producono le sue scelte. Non si tratta dunque né di assolverlo né di condannarlo in anticipo, ma di seguirne il percorso con attenzione, verificare i fatti e lasciare che siano le sue parole, le sue azioni e i loro risultati a parlare.

Il mio consiglio è comunque netto: diffidare. Vannacci non è un uomo venuto dal nulla, ma un generale formatosi ai vertici dell’apparato militare del regime: ha fatto carriera nelle istituzioni che oggi pretende di presentare come bersaglio della propria ribellione. Questa è la contraddizione che non va rimossa né addolcita. Non siamo davanti a un estraneo al potere che ne denuncia dall’esterno i meccanismi, ma a un uomo che quei meccanismi li ha conosciuti dall’interno e ne ha occupato posizioni di rilievo per decenni. Perciò il personaggio non deve distrarre dalla sostanza: dietro la retorica dell’uomo contro il Sistema c’è un uomo che dal Sistema proviene, nel Sistema ha costruito la propria carriera e dal Sistema trae parte della propria autorevolezza. È precisamente questa contraddizione che impone di guardare oltre la propaganda personale e di giudicare Vannacci per quello che è stato, per quello che fa e per gli interessi che le sue scelte concretamente servono.

Mostafa Milani Amin

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