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L’assenza dalla Realtà

La mente è insieme soggetto conoscente e oggetto conosciuto: può costruire teorie e modelli della Realtà, ma non può elevarli a conoscenza assoluta. Un’indagine sui limiti della mente, della scienza e della conoscenza.

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18 settembre 2026, di Mostafa Milani Amin


L’assenza dalla Realtà

Newton, Einstein, le teorie, i modelli: cambiano i pastori, ma le pecore continuano a seguirli, scambiando la mappa per il territorio e il modello per la Realtà. Ma chi ha costruito la mappa? La mente. E se la mente è soggettiva e relativa, come può ciò che essa produce pretendere di essere assoluto? Il problema più radicale non è trovare il pastore giusto, ma accorgersi di essere pecore e, finalmente, uscire dal gregge.

La filosofia della mente sembra porsi una domanda semplice: che cos’è la mente? Ma questa domanda contiene una difficoltà che raramente viene portata fino alle sue estreme conseguenze: chi è che formula la domanda e con quale strumento cerca di rispondervi? È la mente stessa. La mente è, contemporaneamente, il soggetto conoscente e l’oggetto che pretende di conoscere.

Per comprendere questa difficoltà è utile ricorrere a un’immagine geometrica elementare. Se un cerchio deve contenere interamente un altro cerchio, deve essere più grande di esso: il conoscente deve poter, in qualche modo, trascendere e circondare ciò che conosce. Se invece i due cerchi coincidono, nessuno dei due può contenere l’altro. Applicato alla mente, ciò significa che essa può certamente osservare i propri stati, analizzare i propri pensieri e formulare teorie sulla coscienza, ma non può comprendere se stessa in modo assoluto, perché per farlo dovrebbe essere superiore a se stessa, cioè trascendere se stessa. Il soggetto che conosce e l’oggetto conosciuto coincidono.

Da qui emerge una conseguenza che non riguarda soltanto la filosofia della mente. La mente è infatti lo strumento attraverso il quale produciamo ogni forma di conoscenza: osserviamo, misuriamo, formuliamo ipotesi, costruiamo concetti, elaboriamo modelli matematici, interpretiamo risultati e stabiliamo la validità delle nostre dimostrazioni mediante la mente. Anche quando ci serviamo di strumenti sofisticatissimi, questi non producono conoscenza autonomamente: forniscono dati che devono essere acquisiti e interpretati da una mente. Se dunque la mente non può comprendere assolutamente se stessa, come può garantire, a partire da se stessa, l’assoluta oggettività della conoscenza che produce?

Qui occorre precisare il significato dei termini. Se «oggettivo» significa assolutamente indipendente dal soggetto conoscente, allora esso coincide con ciò che è assoluto; ciò che invece dipende dalla struttura, dalla posizione o dalle condizioni del soggetto è relativo. In questo senso, il problema non è che la scienza sia priva di rigore, né che le sue leggi siano arbitrarie. Le leggi scientifiche possono essere generali, coerenti, matematicamente formulate, sperimentalmente verificabili e condivise da una comunità di ricercatori. Ma la loro validità intersoggettiva non equivale necessariamente a una conoscenza assoluta della Realtà. L’accordo di molte menti non produce una mente assoluta.

La filosofia della mente rende questo limite particolarmente evidente perché qui il cerchio del soggetto e quello dell’oggetto coincidono apertamente. Nelle altre scienze, invece, la distanza tra osservatore e osservato può dare l’impressione che il soggetto riesca a porsi davanti alla realtà come un osservatore esterno. Ma la distanza dell’oggetto dal soggetto non elimina il fatto fondamentale che è sempre una mente a osservare, misurare, concettualizzare e interpretare. La scienza, quindi, può estendere indefinitamente il proprio sapere sugli oggetti, ma non può oltrepassare il limite della soggettività delle menti che la producono.

Anche la storia della scienza può essere letta alla luce di questa distinzione. Un sistema teorico può raggiungere una tale forza esplicativa da essere assunto non più come una rappresentazione della realtà, ma come la realtà stessa. Newton, in un’epoca, ha rappresentato un riferimento teorico di portata straordinaria; successivamente la relatività einsteiniana ha mostrato i limiti di validità della meccanica classica e ha modificato radicalmente la descrizione dello spazio, del tempo e della gravitazione. Questo non rende semplicemente «falsa» la fisica newtoniana né «assoluta» quella einsteiniana: mostra piuttosto che una costruzione concettuale della mente può essere elevata a immagine definitiva del reale e, successivamente, essere ricondotta entro un quadro più ampio. Il «pastore» cambia, ma le «pecore» continuano a seguirlo, perché il problema non è soltanto quale teoria si segua, ma la tendenza a trasformare la mappa in territorio e il modello in Realtà.

È un meccanismo che ha un’analogia profonda con l’idolatria. L’idolo è una costruzione dell’uomo che viene investita di un carattere assoluto e davanti alla quale l’uomo finisce per dimenticare la caducità della propria stessa opera. Analogamente, una teoria scientifica può diventare un «idolo» epistemologico quando si dimentica che è una costruzione concettuale delle menti che la producono e la si identifica senza residui con la Realtà. Ma, sotto questo aspetto, le scienze assolutizzate diventano forse gli idoli più grandi e più assurdi che l’uomo abbia mai costruito: non perché la scienza sia falsa, ma perché una costruzione delle menti viene elevata a misura assoluta della Realtà, fino a far dimenticare all’uomo che sono proprio le menti, soggettive e relative, a produrre la scienza. Il problema, dunque, non è la scienza, ma l’assolutizzazione della conoscenza scientifica.

A questo punto emerge il problema ontologico fondamentale. Se la Realtà è tutto ciò che È, essa non può avere parti. Se avesse parti, queste sarebbero qualcosa che la Realtà non è, e quindi la Realtà non sarebbe più tutto ciò che È. L’Assoluto, proprio perché assoluto, non può essere composto da parti né avere un «fuori» rispetto al quale definirsi. La Realtà non è una somma di elementi: semplicemente È.

Ne consegue che neppure la mente può essere concepita come una parte della Realtà. E qui il problema della conoscenza raggiunge il suo punto estremo: se la Realtà è una e assoluta, non possiamo concepirla correttamente come un oggetto posto davanti a un soggetto separato da essa. La mente cerca la Realtà costruendone una rappresentazione, ma una rappresentazione, per quanto sofisticata, rimane un prodotto della mente. Cercando di conoscere la Realtà come qualcosa di esterno, la mente rischia quindi di consolidare proprio la separazione che rende impossibile coglierla nella sua assolutezza.

Da qui nasce il paradosso. Se la Realtà non ha parti e noi non siamo una parte della Realtà, che cosa significa essere noi stessi? La ragione può spingersi fino a questo punto, ma non può oltrepassarlo mediante un ulteriore concetto. Il limite del concetto non è necessariamente la fine della conoscenza: può essere la soglia oltre la quale la conoscenza non consiste più nel costruire una rappresentazione. Il tetto del concetto può essere appena il pavimento della Presenza.

È qui che si comprende il significato più radicale della nostra condizione: non siamo semplicemente ignoranti della Realtà; siamo assenti da noi stessi. Siamo così identificati con le rappresentazioni mediante le quali pensiamo noi stessi e il mondo da non accorgerci della Presenza che precede ogni rappresentazione. La mente può costruire una teoria della coscienza, una teoria dell’io e una teoria della Realtà, ma nessuna teoria è la Presenza stessa.

Il risveglio, allora, non consiste nel trovare un sistema concettuale definitivo, né nel sostituire un «pastore» con un altro. Consiste nel riconoscere il limite strutturale della pretesa della mente di possedere l’Assoluto come oggetto. Non si tratta di entrare nella Realtà, come se essa fosse un luogo esterno da raggiungere attraverso la conoscenza: se la Realtà è veramente tutto ciò che È, non c’è un fuori da cui entrarvi. La questione ultima non è dunque come raggiungere la Realtà, ma perché ci percepiamo separati da ciò che È.

Ma la risposta è contenuta proprio nel paradosso: cerchiamo la Realtà attraverso la mente come se fossimo fuori di essa, mentre la Realtà non ha un fuori. Cerchiamo noi stessi come un oggetto, mentre il soggetto che cerca è già ciò che cerca. Abbiamo scambiato l’assenza per separazione e la rappresentazione per realtà. Il compito non è allora aggiungere un’altra teoria alle teorie, ma riconoscere ciò che rimane quando i concetti incontrano il proprio limite: la Presenza.

Mostafa Milani Amin

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