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Trump come Hitler: “Ci deridevano, ora non ridono più”

Trump rilancia formule che riecheggiano la propaganda hitleriana: dalla retorica della rivalsa al culto della forza, un’analisi dei parallelismi storici e politici sempre più inquietanti.

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12 maggio 2026, di Mostafa Milani Amin


Copertina trump-come-hitler-mag-2026

Hitler ripeteva: “Ridevano di noi, ora non ridono più”. Trump scrive oggi sugli iraniani: “They will be laughing no longer!”. La struttura retorica è la stessa: il nemico umilia, il capo forte lo punisce e ristabilisce il prestigio attraverso la forza e il terrore. Non è nemmeno la prima volta che Trump mostra fascinazione per linguaggi e immaginari dell’autoritarismo novecentesco. Ed è tanto più inquietante vedere ampi settori dell’opinione pubblica ebraica e occidentale applaudire una retorica che dovrebbe invece allarmarli immediatamente.

“Ci deridevano, ora non ridono più”. Hitler ripeteva spesso questo concetto nei suoi discorsi contro gli ebrei e contro i nemici della Germania nazista. Non era una frase occasionale: era uno schema centrale della sua propaganda. Il nemico ride della nazione umiliata; il leader forte ristabilisce il rispetto facendo “smettere di ridere” gli altri.

Il 30 gennaio 1939, nel discorso al Reichstag in cui pronunciò la sua “profezia” sull’annientamento degli ebrei europei, Hitler dichiarò che gli ebrei avevano accolto con risate le sue parole e che ormai quelle risate si stavano spegnendo. L’8 novembre 1942, al Löwenbräukeller di Monaco, tornò sullo stesso tema dichiarando: “Von denen, die damals lachten, lachen heute nur wenige mehr. Die, die jetzt noch lachen, werden in einiger Zeit vielleicht auch nicht mehr lachen” (“Di quelli che ridevano allora, oggi solo pochi ridono ancora. E quelli che ancora ridono, presto non rideranno più”).

Per questo è impossibile non restare colpiti leggendo il recente post pubblicato da Donald Trump contro gli iraniani: “They will be laughing no longer!”. Prima “ridevano” degli Stati Uniti, adesso “non rideranno più”. La struttura retorica è praticamente identica e ricalca uno schema che Trump ha usato anche in altre occasioni, con variazioni simili del tema della derisione iniziale seguita dalla promessa di rivalsa e silenziamento del nemico.

E il quadro diventa ancora più inquietante se si considera che Trump, negli anni, ha mostrato più volte fascinazione o indulgenza verso figure e linguaggi dell’autoritarismo novecentesco. Nel 2016 rilanciò una frase attribuita a Mussolini — “È meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora” — e, davanti alle polemiche, disse che non gli importava che provenisse dal duce del fascismo. L’ex capo di gabinetto John Kelly ha inoltre raccontato che Trump ha detto in privato che Hitler “fece anche cose buone”, soprattutto sul piano economico. Trump ha negato, ma il racconto proviene da uno dei suoi collaboratori più vicini. Già negli anni ’90 era emerso che Trump teneva sul comodino una raccolta di discorsi di Hitler, “My New Order”, circostanza confermata ma minimizzata dallo stesso Trump. Più recentemente, è emerso anche che Trump ha espresso ammirazione per la disciplina e la lealtà dei generali hitleriani, come Wilhelm Keitel e Alfred Jodl, indicati come modello di obbedienza assoluta.

A questo punto è difficile credere che formule come “They will be laughing no longer!” siano casuali. Qui non si tratta semplicemente di toni duri o provocazioni elettorali. È una precisa grammatica politica modellata sulla retorica hitleriana: il nemico umilia, la nazione soffre, il capo forte punisce e ristabilisce il prestigio attraverso il crimine e il terrore. È il linguaggio della rivalsa sciovinista, dell’intimidazione e del dominio psicologico.

E la storia insegna che questo linguaggio non è mai innocente. Hitler non iniziò dai campi di concentramento: iniziò costruendo un clima mentale fatto di umiliazione, odio, ossessione per il nemico e culto della forza. Quando un leader mondiale ripete quasi parola per parola formule della propaganda hitleriana contro un altro popolo, il problema non è solo retorico. Bisogna chiedersi fino a dove possa spingersi una politica costruita sulla disumanizzazione del nemico e sulla celebrazione della forza assoluta. Soprattutto considerando che gli Stati Uniti hanno già usato la bomba atomica contro il popolo giapponese.

Ed è tanto sorprendente quanto inquietante e rammarichevole vedere il grande sostegno che Trump continua a ricevere in ampi settori della politica e dell’opinione pubblica ebraica, israeliana e occidentale, nonostante l’uso di formule e immaginari che evocano così chiaramente il linguaggio dei grandi autoritarismi del Novecento. Proprio chi richiama continuamente e con ostentazione la memoria dell’Olocausto dovrebbe riconoscere immediatamente il pericolo di questa retorica, invece di normalizzarla o applaudirla, comportandosi così paradossalmente come il tacchino che partecipa con entusiasmo al pranzo di Natale. Anche perché le prime manifestazioni concrete di questa logica di dominio sono già visibili: dalle minacce rivolte alla Groenlandia alle pressioni economiche e tariffarie esercitate persino contro partner e alleati storici. La storia resta sempre in agguato.

Mostafa Milani Amin

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