La tragedia piegata al consenso: Modena, il dolore e la corsa allo sciacallaggio politico
Analisi della tragedia di Modena e della sua immediata strumentalizzazione politica e mediatica, tra polarizzazione, sciacallaggio comunicativo e dibattito su immigrazione e sicurezza prima della piena verifica dei fatti.
17 maggio 2026, di Mostafa Milani Amin
Mentre le indagini cercano ancora di chiarire dinamica e movente della tragedia di Modena, una parte della politica ha già trasformato il dolore collettivo in terreno di scontro ideologico e di mobilitazione identitaria, anticipando i fatti e alimentando una narrazione divisiva.
Di fronte a tragedie come quella avvenuta ieri a Modena, il primo dovere di una società seria dovrebbe essere il rispetto dei fatti, della verità e soprattutto del dolore delle vittime. E invece, ancora una volta, il tempo necessario all’accertamento e alla prudenza è stato travolto dalla rapidità della polemica politica, dell’emotività mediatica e della corsa alla strumentalizzazione.
Le indagini sono ancora in corso. Gli investigatori stanno cercando di chiarire dinamica, movente e condizioni psicologiche dell’autore del gesto, identificato come Salim El Koudri, 31 anni, cittadino italiano di origine marocchina residente nel Modenese e già seguito in passato per problemi psichiatrici. Almeno allo stato attuale, non esistono conferme ufficiali di una matrice terroristica o ideologica. In uno Stato di diritto e in una società civile, questo dovrebbe bastare a imporre prudenza.
Eppure, nelle ore immediatamente successive all’accaduto, alcuni esponenti politici e numerosi commentatori hanno rapidamente collegato la tragedia all’Islam, all’immigrazione e alla cosiddetta “islamizzazione” dell’Europa, il più ardito dei quali è stato il rampante Roberto Vannacci. Nel giro di poche ore, social network, video virali e talk show hanno trasformato una vicenda ancora tutta da chiarire in un terreno di mobilitazione identitaria e sciacallaggio politico.
È una dinamica ormai ricorrente. La cronaca viene trasformata in mezzo politico prima ancora che emerga un quadro chiaro della realtà. Il dolore collettivo diventa così terreno di strumentalizzazione, mentre l’emotività pubblica finisce per sostituire l’analisi, il senso critico e soprattutto il buon senso.
Questo non significa negare i problemi legati alla sicurezza urbana, all’integrazione o alle tensioni sociali presenti in molte società europee. Sarebbe superficiale fingere che queste criticità non esistano. Ma affrontare problemi reali richiede lucidità, equilibrio e senso della misura, non scorciatoie emotive o semplificazioni ideologiche.
Attribuire responsabilità collettive a quasi due miliardi di musulmani per le azioni di singoli individui non aiuta a comprendere la realtà: significa ridurla e deformarla. Quando ogni episodio violento viene automaticamente associato a un’intera religione o comunità, l’analisi lascia il posto alla semplificazione ideologica. E le semplificazioni, soprattutto nei momenti di paura, sono spesso efficaci nel generare consenso, ma quasi mai nel risolvere i problemi né, tantomeno, nel costruire una società sana, etica e civile.
Allo stesso tempo, sarebbe un errore liquidare ogni preoccupazione popolare come semplice xenofobia o isteria collettiva. Il disagio sociale esiste davvero, e nasce spesso da un diffuso senso di fragilità, insicurezza e perdita di fiducia nelle istituzioni. Ignorare o deridere queste paure non le fa scomparire: significa soltanto lasciare spazio a chi le sfrutta in modo aggressivo e strumentale.
Per questo il punto centrale non dovrebbe essere la contrapposizione ideologica, ma il modo in cui una società civile affronta il trauma. Serve distinguere tra responsabilità individuali e appartenenze collettive. Serve attendere i risultati delle indagini prima di costruire narrazioni definitive. E serve impedire che il dolore delle vittime venga trasformato in strumento di ascesa al potere.
Ogni tragedia mette alla prova la maturità di un Paese. Non solo nella capacità di reagire alla violenza, ma soprattutto in quella di non smarrire equilibrio, giustizia e senso della misura nel tentativo di comprenderla.
Mostafa Milani Amin