Dopo 46 anni, l'Iran vince di nuovo le elezioni americane
Le elezioni americane del 2026 segnano una battuta d’arresto per Trump: il ruolo della resistenza iraniana e il parallelo con la crisi degli ostaggi del 1979.
04 novembre 2026, di Mostafa Milani Amin
A 46 anni dalla crisi degli ostaggi che segnò la presidenza Carter, l’Iran torna a pesare sulla politica interna americana: la guerra di Trump e la resistenza di Teheran diventano fattori della sconfitta repubblicana alle elezioni di metà mandato.
Ci sono momenti della storia in cui un Paese riesce a ottenere un risultato politico ben oltre i confini del proprio territorio. Non necessariamente attraverso una vittoria militare, né conquistando nuovi spazi, ma resistendo alla pressione di una potenza molto più forte e trasformando quella resistenza in un problema politico per chi ha scelto lo scontro.
È ciò che si ripete oggi tra Iran e Stati Uniti. A distanza di 46 anni, Teheran torna a essere il fattore principale di una sconfitta politica americana. Nel 1980 fu la crisi degli ostaggi a segnare profondamente la presidenza di Jimmy Carter. Nel 2026 è la guerra contro l’Iran, con i suoi costi e le sue conseguenze, ad aver segnato la pesante battuta d’arresto di Donald Trump e dei repubblicani.
Il risultato delle elezioni di metà mandato del 3 novembre è ormai chiaro: i democratici hanno conquistato sia la Camera dei rappresentanti sia il Senato, sottraendo ai repubblicani il controllo di entrambe le istituzioni. Una sconfitta che ridimensiona considerevolmente il margine d’azione del presidente e apre una nuova fase di confronto tra la Casa Bianca e il Congresso.
Gli elettori americani hanno così espresso il proprio malcontento per l’economia, il costo della vita, l’inflazione e la gestione complessiva dell’amministrazione Trump, profondamente danneggiata in seguito all’aggressione militare contro l’Iran. L’Iran ha infatti avuto un peso concreto: resistendo, ha alimentato l’incertezza, contribuito all’aumento dei prezzi dell’energia e indotto una crisi che la Casa Bianca non è riuscita a risolvere.
È proprio qui che si trova il punto centrale della vicenda: la capacità dell’Iran di non cedere alle pressioni americane ha contribuito a trasformare una guerra che doveva dimostrare la superiorità degli Stati Uniti in una disfatta politica e militare per il presidente americano, il partito al potere e la nazione americana.
Per comprendere il significato di quanto sta accadendo bisogna tornare esattamente, ironia della sorte, a un altro 4 novembre, del 1979, quando un gruppo di studenti iraniani occupò l’ambasciata americana a Teheran, che in realtà era un covo di spie, come del resto tutte le ambasciate americane nel mondo, arrestandone il personale. La crisi durò ben 444 giorni e divenne uno dei momenti più difficili della presidenza di Jimmy Carter.
Washington tentò diverse strade per ottenere la liberazione delle sue spie prigioniere a Teheran. Il tentativo militare di salvataggio dell’aprile 1980 fallì rovinosamente nel deserto iraniano di Tabas, causando la morte di otto militari americani. La crisi continuò e divenne un simbolo dell’impotenza dell’amministrazione Carter di fronte alla ferrea volontà dell’Iran.
E ancora, per incredibile ironia della sorte, proprio in un altro 4 novembre, nel 1980, il presidente in carica Carter perse clamorosamente le elezioni presidenziali contro Ronald Reagan. Gli ostaggi furono significativamente liberati il 20 gennaio 1981, solo pochi minuti dopo il giuramento del nuovo presidente, in seguito agli accordi conclusi ad Algeri il giorno precedente.
La coincidenza temporale fu politicamente potentissima: l’Iran aveva mantenuto gli ostaggi per tutta la fase finale della presidenza Carter e li liberò proprio nel giorno in cui il suo successore entrava alla Casa Bianca. La crisi, indotta dalla capacità dell’Iran di resistere alla pressione americana e di far ricadere sulla politica interna degli Stati Uniti il costo dello scontro prolungato, fu così la principale causa della sconfitta di Carter. E a distanza di 46 anni, la storia si è oggi ripetuta con Trump.
Mostafa Milani Amin