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La costruzione del nemico: dalla strage di Utøya alle derive estremiste dell'Italia contemporanea

Un'analisi del rapporto tra identità nazionale, religione e linguaggio politico, alla luce della strage di Utøya e di alcuni episodi recenti in Italia. Una riflessione sui confini tra dissenso, propaganda e incitamento all'odio, e sulla responsabilità di contrastare ogni forma di estremismo.

#Estremismo e odio identitario
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03 novembre 2026, di Mostafa Milani Amin


Dalla strage di Utøya alle derive estremiste dell'Italia contemporanea

Nel 2011 Breivik trasformò il proprio odio verso immigrati, musulmani e avversari politici in una strage. Oggi, in Italia, provocazioni, intimidazioni e retoriche ostili ripropongono la stessa pericolosa logica di contrapposizione. Tra nazionalismo, religione e politica, il confine tra intolleranza e violenza non va mai sottovalutato.

Il 22 luglio 2011, in Norvegia, Anders Behring Breivik, estremista di destra animato da un’ideologia xenofoba e islamofoba, uccise 77 persone: prima a Oslo, poi sull’isola di Utøya, dove massacrò i giovani riuniti per un campo estivo del movimento giovanile del Partito Laburista.

Quella strage non fu un episodio isolato dal contesto ideologico in cui maturò. Fu il risultato estremo di una visione che trasformava la diversità in una minaccia, il dissenso in tradimento e l’avversario politico in un nemico da eliminare.

C’è un aspetto di Utøya che merita particolare attenzione. Breivik volle punire coloro che, a suo giudizio, favorivano l’integrazione degli immigrati e dei musulmani. Considerava i giovani laburisti espressione del cosiddetto «marxismo culturale», responsabili del multiculturalismo e della trasformazione della società norvegese. Li considerava traditori della propria nazione. Il suo bersaglio, dunque, non era soltanto chi veniva da fuori, ma anche chi, all’interno della società, difendeva una diversa idea politica.

È un precedente che dovrebbe far riflettere anche l’Italia, dove il linguaggio politico e il dibattito pubblico sono sempre più segnati dall’aggressività. I musulmani vengono insultati e denigrati in quanto tali, immigrati e giovani vengono liquidati con l’etichetta generica di «maranza», mentre esponenti e sostenitori della sinistra sono apostrofati come «zecche» e «puzzoni». Non si tratta più soltanto di cattiva educazione: è un processo di imbarbarimento del linguaggio pubblico che trasforma gruppi sociali e avversari politici in bersagli da disprezzare ed eliminare.

In questo clima si inserisce la retorica di politici come Matteo Salvini, Silvia Sardone e Roberto Vannacci, che rappresentano frequentemente l’immigrazione, l’Islam e il multiculturalismo come minacce all’identità e alla stessa sopravvivenza nazionale. A questa narrazione si accompagnano attacchi a chi sostiene l’integrazione e una sistematica delegittimazione della sinistra. È una concezione dell’identità nazionale che rischia di degenerare in sciovinismo: una visione esclusiva e aggressiva della patria, nella quale l’appartenenza diventa motivo di contrapposizione e chi è diverso o dissente viene trattato come una minaccia da eliminare. La patria, in questa visione, finisce per coincidere con quella di chi pretende di definirla: chi non vi si riconosce o osa dissentire diventa un traditore. Le loro posizioni non sono ancora equiparabili a quelle di Breivik, ma la costruzione ideologica del nemico che emerge dalla loro retorica presenta preoccupanti affinità con quella che ispirò la strage di Utøya.

La questione diventa ancora più seria quando la propaganda si traduce in comportamenti e provocazioni concrete. A Reggio Emilia, nel settembre 2026, Ferenc Venturelli, conosciuto sui social come «Eterno» e iscritto a Futuro Nazionale, ha pubblicato un video in cui strappa e brucia una copia del Corano. Vannacci e il partito hanno preso le distanze dal gesto, ma continuano ad alimentare l’odio. A Mestre, l’influencer Simone Carabella ha provocato fedeli musulmani durante la preghiera esibendo una mortadella e cantando l’inno nazionale, in un episodio sfociato in forti tensioni. Il 1° novembre, a Morbegno, una testa di maiale mozzata è stata lasciata davanti a un centro culturale islamico, accompagnata da un messaggio intimidatorio: «Non siete più i ben accetti». In quest’ultimo caso gli autori sono ancora ignoti, ma non è difficile dedurne la matrice ideologica.

Sono episodi diversi, con responsabilità e gravità differenti, ma accomunati dall’utilizzo della religione come terreno di provocazione e intimidazione. Non sono ancora, di per sé, prove di una deriva terroristica organizzata. Sono però manifestazioni concrete di un clima di ostilità che può alimentare radicalizzazione, emulazione e seri conflitti. Liquidarli come semplici bravate sarebbe un errore strategico.

Dietro questa ostilità si cela anche un settarismo che fa leva sulla paura di perdere un’identità italiana percepita come sempre meno cattolica e sulle insicurezze identitarie di una parte della popolazione. La difesa delle tradizioni viene presentata come una battaglia per la sopravvivenza della nazione, ma finisce spesso per ridursi a simboli alimentari, divieti religiosi e provocazioni contro chi non mangia carne di maiale o non condivide determinate abitudini. Come se l’identità italiana e la tradizione cristiana potessero essere racchiuse in un piatto di mortadella, in un bicchiere di vino o, peggio ancora, nell’umiliazione di chi professa un’altra fede.

Qui emerge una contraddizione ancora più profonda. Vannacci mette in guardia contro l’Islam, considerandolo una religione inevitabilmente politica e quindi una minaccia per la società occidentale; nello stesso tempo, lui e altri esponenti della destra, come Salvini, rivendicano le radici cristiane e persino giudaico-cristiane come fondamento dell’identità nazionale e del progetto politico. In sostanza, si condanna l’Islam politico, ma si legittima un cristianesimo politico. Il problema non è il richiamo alle radici cristiane, né il diritto delle religioni a partecipare al dibattito pubblico, ma il doppio criterio con cui si giudica il rapporto tra fede e politica: ciò che viene considerato pericoloso nell’Islam diventa accettabile, e persino auspicabile, quando riguarda il cristianesimo. È una logica che rischia di trasformare la religione in uno strumento di potere, di appartenenza e di esclusione, come mostra anche il modello della destra nazional-religiosa israeliana che sostiene Netanyahu. Non si tratta di equiparare contesti storici e politici diversi, ma di riconoscere un rischio comune: quando il nazionalismo si salda con una visione confessionale dello Stato, la fede può diventare un criterio per stabilire chi appartiene pienamente alla nazione e chi, invece, ne è considerato estraneo.

C’è poi una contraddizione politica che merita di essere denunciata. Di quale sovranismo parlano queste destre quando rivendicano con forza l’autonomia nazionale, ma nei rapporti internazionali mostrano una marcata inclinazione ad allinearsi alle priorità di Washington? Il governo Meloni ha coltivato un rapporto politico privilegiato con Donald Trump, cercando di accreditarsi come interlocutore privilegiato degli Stati Uniti in Europa. Sul fronte mediorientale, ha mantenuto per lungo tempo una posizione di forte vicinanza a Israele, evitando una condanna piena della condotta del governo Netanyahu a Gaza e rinviando il riconoscimento dello Stato palestinese. È vero che, nel corso del 2026, Roma ha assunto anche posizioni più critiche nei confronti di Israele, fino a sospendere il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare; questo, tuttavia, non cancella le ambiguità, le esitazioni precedenti e le prevedibili ricadute future. Non si tratta di contestare il valore delle alleanze o di sostenere che la politica estera debba prescindere dagli equilibri internazionali. Si tratta di chiedere quale spazio resti per l’autonomia italiana quando la vicinanza politica agli alleati più potenti sembra prevalere sulla capacità di assumere posizioni indipendenti, anche scomode. La sovranità non consiste nel proclamare la propria indipendenza a parole, ma nel saper esercitare il proprio giudizio e difendere i propri interessi anche quando ciò significa dissentire da Washington o da un governo amico. Insomma, il sovranismo non può essere invocato contro i più deboli e accantonato nei rapporti con i più potenti.

Il problema, dunque, non è la difesa dell’identità nazionale, la critica all’immigrazione o il conservatorismo politico, tutti temi legittimi del confronto democratico. Il problema è quando queste posizioni vengono trasformate in una radicale contrapposizione permanente tra italiani e stranieri, cristiani e musulmani, patrioti e presunti traditori; quando il dissenso viene delegittimato e intere comunità diventano bersagli collettivi. È proprio attraverso questa costruzione del nemico che un conflitto politico e culturale può degenerare in qualcosa di molto più pericoloso. Utøya non è dunque soltanto una tragedia norvegese: è una responsabilità anche italiana. Di fronte a queste derive non possiamo limitarci alla denuncia individuale o alle dichiarazioni di circostanza. Dobbiamo reagire collettivamente, anche nelle piazze, uniti e solidali, pacifici nei mezzi ma risoluti nella difesa dei diritti, della convivenza e della dignità di tutti. Lasciare questo spazio all’estremismo sarebbe un imperdonabile tradimento, non solo dell’Italia, ma anche dei più autentici valori morali.

Mostafa Milani Amin

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