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La filosofia della bestemmia

La filosofia della bestemmia alla luce della metafisica di Mulla Sadra: Dio, l'Assoluto e i limiti delle rappresentazioni umane.

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31 ottobre 2026, di Mostafa Milani Amin


La filosofia della bestemmia

La bestemmia sembra rivolgersi a Dio, ma rivela soprattutto l’immagine che l’uomo si è costruito di Lui. Una riflessione filosofica sulla metafisica di Mulla Sadra, sui limiti del linguaggio umano e sulla distanza tra l’Assoluto e le nostre rappresentazioni.

Che cosa significa bestemmiare? Etimologicamente, il verbo deriva dal latino tardo blasphēmāre, a sua volta dal greco blasphēmèō, e significa parlare ingiuriosamente, oltraggiare, ingiuriare. Nel suo significato religioso, bestemmiare significa rivolgere parole offensive a Dio.

Ma c’è un paradosso filosofico in questo gesto.

Chi bestemmia non si limita a pronunciare un insulto: quando lo fa con convinzione, con rabbia o con risentimento, si rivolge a Dio come a un soggetto al quale attribuisce responsabilità, intenzioni e caratteristiche negative. Non si tratta semplicemente di evocare un personaggio immaginario per deriderlo. Il bestemmiatore instaura un rapporto di ostilità con ciò che concepisce come Dio. La sua stessa convinzione rivela quanto quell’idea sia presente e operante nella sua coscienza. In questo senso, può persino accadere che chi bestemmia sia più coinvolto nel rapporto con l’idea di Dio di quanto non immagini.

Per comprendere la questione occorre precisare il concetto di quiddità (corrispondente al latino quidditas, da quid est, «che cos’è?»). Nella metafisica di Mulla Sadra, tuttavia, la quiddità non costituisce la realtà fondamentale delle cose, né un’essenza autonoma che sussista accanto all’esistenza. In virtù del principio del primato dell’esistenza (aṣālat al-wujūd), soltanto l’esistenza possiede realtà extramentale in senso proprio. La quiddità è una considerazione dell’intelletto (iʿtibār ʿaqlī): il modo in cui la mente astrae, delimita e distingue concettualmente i diversi modi e gradi dell’esistenza. Non è dunque una seconda componente che si aggiunga all’esistenza nella realtà.

Applicato a Dio, questo principio conduce a una conseguenza decisiva: Dio è esistenza pura, semplice e necessaria. Non possiede una quiddità che lo delimiti, né un’essenza distinta alla quale si aggiunga l’esistenza. Non è quindi possibile definirlo attraverso una risposta quidditativa alla domanda «che cos’è?».

Da qui nasce un’ulteriore considerazione. Il credente che loda Dio e il bestemmiatore che lo insulta possono entrambi servirsi di categorie e concetti umani per parlare dell’Assoluto. Ma, nella prospettiva sadriana, non bisogna considerarli necessariamente sullo stesso piano. Gli attributi divini di perfezione — conoscenza, potenza, vita e bontà — non sono qualità aggiunte a Dio, né parti di un’essenza composta: nella semplicità divina coincidono con l’unica realtà dell’esistenza, benché il nostro intelletto li esprima attraverso concetti distinti. Le qualificazioni negative del bestemmiatore, invece, attribuiscono a Dio limiti, difetti e privazioni che non possono, per definizione, appartenere all’esistenza pura.

La bestemmia, dunque, non raggiunge né intacca Dio nella sua realtà metafisica: colpisce la concezione che il bestemmiatore si è formato di lui, attribuendogli caratteristiche riconducibili alla propria esperienza e alle proprie categorie mentali. Può contestare un’immagine di Dio, persino ribellarsi a quella che gli è stata trasmessa, ma non può circoscrivere né offendere l’Assoluto.

Non è casuale che Giuseppe Verdi, nell’Otello, affidi a Jago una delle più inquietanti professioni di fede della storia dell’opera: «Credo in un Dio crudel che m’ha creato simile a sé, e che nell’ira io nomo». In questi versi si manifesta un singolare rovesciamento: l’uomo proietta su Dio la propria natura e ne fa l’origine della propria malvagità. Jago non contempla l’Assoluto, ma un Dio costruito a propria immagine. È proprio questo il nodo della nostra riflessione: quanto di ciò che attribuiamo a Dio appartiene davvero a Dio e quanto, invece, rivela soltanto noi stessi?

Il paradosso è che chi bestemmia, credendo di rivolgersi contro Dio, finisce per confrontarsi con la rappresentazione che ne ha costruito. Ma questa riflessione interpella anche il credente: prima di lodare o maledire l’Assoluto, occorre interrogare le immagini e i concetti con cui pretendiamo di comprenderlo. La vera sfida non è insultare o difendere un Dio ridotto alle nostre categorie, ma liberare il pensiero dalla presunzione di poterlo circoscrivere. Prima di giudicare Dio, dunque, abbiamo il dovere di mettere in discussione ciò che noi stessi abbiamo fatto della sua immagine.

Ed è proprio qui che acquista tutta la sua profondità l’espressione Allāhu akbar: Dio è più grande. Ma più grande di che cosa? La risposta è racchiusa nell’espressione interpretativa min-mā yaṣifūn: di tutto ciò che gli uomini descrivono, immaginano e Gli attribuiscono. Dio è più grande delle nostre rappresentazioni, delle nostre definizioni, delle nostre lodi e persino delle nostre bestemmie. Questo non significa che ogni attributo con cui Lo descriviamo sia falso, ma che nessun attributo, nessuna parola e nessun concetto possono esaurire la realtà infinita dell’Essere.

È questa la minima consapevolezza che dovrebbe accompagnare tanto il credente quanto chi bestemmia: non pretendere di racchiudere l’Assoluto nei limiti del proprio pensiero, ma riconoscere i limiti del proprio pensiero dinanzi all’Assoluto.

Mostafa Milani Amin

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