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La matematica: il rigore delle conseguenze e il problema delle premesse

Un saggio sul rigore della matematica, il ruolo degli assiomi e il problema dei fondamenti, fino alla ricerca del Principio Primo e dell’Assoluto nella prospettiva della teologia islamica.

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02 settembre 2026, di Mostafa Milani Amin


La matematica: il rigore delle conseguenze e il problema delle premesse

La matematica è rigorosa nelle sue deduzioni, ma ogni sistema formale parte da definizioni e assiomi. Dall’esperienza concreta del contare all’astrazione del numero, il problema delle premesse conduce inevitabilmente alla questione del fondamento ultimo e dell’Assoluto.

Si dice spesso «con precisione matematica», come se la matematica rappresentasse il regno dell’assoluto, il luogo in cui ogni dubbio venisse definitivamente eliminato e la verità si manifestasse nella sua forma più assoluta. Nell’immaginario comune, nulla sembra più sicuro di un’equazione o più definitivo di un teorema dimostrato. Tuttavia, un’analisi più attenta della natura della matematica mostra che rigore e assolutezza non sono necessariamente la stessa cosa.

La matematica è probabilmente la forma più rigorosa di conoscenza elaborata dall’essere umano. Ciò non significa, tuttavia, che le sue proposizioni esistano come affermazioni isolate e indipendenti da ogni condizione. Esse acquistano il loro significato all’interno di sistemi costituiti da definizioni, assiomi e regole logiche, e una stessa nozione può assumere proprietà differenti quando cambiano le strutture nelle quali viene definita.

La geometria offre uno degli esempi più evidenti. Nella geometria euclidea, fondata tra l’altro sul postulato delle parallele, la somma degli angoli interni di un triangolo è sempre di 180 gradi. Nella geometria sferica, invece, un triangolo tracciato sulla superficie di una sfera può avere una somma degli angoli superiore a 180 gradi; nella geometria iperbolica può averla inferiore. Non è quindi la proposizione a essere semplicemente «vera» o «falsa» in assoluto: essa è vera all’interno di una determinata struttura geometrica e in relazione ai suoi assiomi.

Qualcosa di analogo accade con i numeri. Nell’aritmetica ordinaria, 1 + 1 = 2. Nell’aritmetica modulare, invece, le operazioni sono definite rispetto a un modulo e il risultato viene considerato all’interno delle classi di equivalenza corrispondenti. Così, nell’aritmetica modulo 2, 1 + 1 = 0. Non si tratta di una contraddizione con l’aritmetica ordinaria: sono sistemi differenti, nei quali le operazioni sono definite secondo strutture differenti. La validità della conclusione dipende quindi dalle regole del sistema nel quale l’operazione viene eseguita.

Lo stesso principio appare, in forma più sofisticata, nell’analisi matematica. L’integrale, che nella sua interpretazione più elementare può essere associato all’area sottesa da una curva, ha ricevuto nel corso della storia diverse formalizzazioni. L’integrale di Riemann, estremamente potente, presenta tuttavia dei limiti quando si considerano funzioni più irregolari o strutture più generali. L’integrale di Lebesgue amplia considerevolmente questo quadro: invece di costruire l’integrazione principalmente attraverso la suddivisione del dominio in intervalli, fonda il procedimento su una teoria della misura e permette di integrare una classe molto più ampia di funzioni. Il passaggio da Riemann a Lebesgue non modifica semplicemente una tecnica di calcolo; mostra come una nozione matematica possa essere ridefinita all’interno di una struttura concettuale più generale, ottenendo così nuovi risultati e una maggiore capacità di astrazione.

Bisogna però fare attenzione a non concludere da questi esempi che la matematica manchi di rigore logico. Essi mostrano piuttosto che il rigore matematico consiste nel determinare con esattezza ciò che segue da una determinata struttura: stabiliti assiomi, definizioni e regole di inferenza, le conseguenze sono necessarie e dimostrabili. Il rigore delle deduzioni, tuttavia, non elimina la questione dei principi dai quali esse procedono. La matematica non è quindi arbitraria: la validità di una proposizione dipende dalla struttura formale nella quale viene formulata.

Il problema emerge con particolare chiarezza nell’aritmetica dei numeri naturali, che si forma per astrazione a partire dalla comune esperienza del contare, ordinare e sommare. La formalizzazione moderna mostra tuttavia che anche l’aritmetica deve essere definita a partire da principi fondamentali. Gli assiomi di Peano costituiscono una delle principali formalizzazioni della struttura dei numeri naturali: non sono teoremi dimostrati all’interno del sistema che contribuiscono a fondare, ma principi fondamentali sui quali il sistema è costruito.

Questo conduce a una questione più profonda: da dove proviene la struttura stessa che viene formalizzata?

Sul piano storico ed epistemologico, la nozione di numero nasce dall’esperienza concreta del contare. L’essere umano incontra una pluralità di oggetti ed eventi, li confronta, li ordina e li conta. Attraverso l’astrazione, prescinde dalla loro natura concreta e considera la quantità in quanto tale. Una mela e una pietra sono realtà differenti, ma possono entrambe essere considerate come «una» unità. Si passa così dall’esperienza del contare alla nozione generale di numero.

Ciò non significa che gli assiomi di Peano siano semplici generalizzazioni empiriche. Una volta formalizzata, l’aritmetica non dipende più da verifiche empiriche. L’affermazione 1 + 1 = 2 è una conseguenza necessaria all’interno di una determinata struttura formale, non una proposizione ricavata dall’osservazione di casi particolari. L’esperienza costituisce dunque il punto di partenza del processo di astrazione, mentre la matematica formalizza il concetto così ottenuto in un sistema autonomo di relazioni e deduzioni.

La matematica dimostra dunque con rigore ciò che segue dai propri principi, ma il loro fondamento ultimo trascende la dimostrazione stessa. La presenza degli assiomi non ne limita il rigore: ne definisce il metodo. Per questo, «precisione matematica» è un’espressione appropriata quando indica rigore, coerenza e necessità logica, ma non quando viene assunta come sinonimo di certezza metafisica assoluta.

Questo percorso argomentativo ci apre così inevitabilmente uno spiraglio sulla Realtà dell’Assoluto: semplicemente, Ciò che non è relativo ad alcuna condizione né dipende da alcun fondamento. L’immanente ricerca di un fondamento assoluto, in matematica come in ogni altro ambito della realtà, conduce allora inevitabilmente al Principio Primo, non relativo né dipendente da altro, fondamento primo e ultimo, palese ed occulto, di ogni essere contingente:

هُوَ الْأَوَّلُ وَالْآخِرُ وَالظَّاهِرُ وَالْبَاطِنُ وَهُوَ بِكُلِّ شَيْءٍ عَلِيمٌ

«Egli è il Primo e l’Ultimo e il Palese e l’Occulto. Ed Egli è l’Onnisciente» (Corano 57:3)

Mostafa Milani Amin

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