La contraddizione americana: paladini della pace o signori della guerra?
Un’analisi storica dell’interventismo militare degli Stati Uniti: centinaia di operazioni all’estero in 250 anni e una domanda cruciale sulla loro immagine di paladini della pace.
20 agosto 2026, di Mostafa Milani Amin
Per oltre due secoli Washington si è presentata come garante della pace e dell’ordine internazionale, mentre la sua storia racconta centinaia di interventi militari oltre i propri confini. I numeri sollevano una domanda inevitabile: gli Stati Uniti sono davvero paladini della pace o la potenza che ha trasformato l’interventismo armato in uno strumento permanente della propria politica?
Quando si parla di pace, aggressione e instabilità internazionale, il dibattito pubblico occidentale tende spesso a presentare gli Stati Uniti come difensori dell’ordine mondiale e i loro avversari come minacce permanenti. Ma basta mettere da parte gli slogan e guardare alla storia concreta dell’impiego della forza militare perché questa narrazione cominci a mostrare tutte le sue contraddizioni.
Il Congressional Research Service, organismo di ricerca del Congresso degli Stati Uniti, ha documentato 481 episodi di impiego delle forze armate statunitensi all’estero tra il 1798 e il 2023. Si tratta di episodi molto diversi tra loro: alcuni furono operazioni limitate, altri guerre lunghe e devastanti. Ciò che colpisce, però, è la loro frequenza. Nell’arco di circa 250 anni, il ricorso alla forza oltre i confini nazionali non appare come un’eccezione, ma come un elemento ricorrente della politica di potenza americana.
Anche il Military Intervention Project ha censito 393 interventi militari statunitensi in altri Paesi dal 1776 al 2019, più di 200 dei quali dal 1945 e 72 dal solo anno 2000. Considerando l’intera storia degli Stati Uniti, il dato equivale a una media vicina a due interventi all’anno: in termini puramente statistici, uno ogni pochi mesi.
Se prendiamo come riferimento lo stesso periodo, dal 1776 al 2026, il contrasto con l’Iran è significativo. La nostra ricostruzione storica colloca l’Iran attorno a 50 conflitti, campagne e interventi, cioè circa 0,2 all’anno, in media uno ogni cinque anni. Secondo questo criterio di confronto, gli Stati Uniti risultano dunque circa dieci volte più interventisti dell’Iran.
Per l’Iran non esiste un archivio storico centralizzato e sistematico perfettamente equivalente a quelli moderni disponibili per gli Stati Uniti. Ma questa differenza non può diventare un pretesto per nascondere ciò che emerge dal confronto: nello stesso arco di tempo, la storia iraniana non mostra nulla di paragonabile alla frequenza con cui Washington ha impiegato la propria forza militare oltre i confini nazionali.
E la storia, del resto, non si è fermata nel passato.
Nel 2026, gli Stati Uniti e Israele hanno portato la guerra direttamente sul territorio iraniano. Gli attacchi iniziati alla fine di febbraio hanno aperto una nuova e grave fase di escalation regionale, seguita da bombardamenti, rappresaglie e ulteriori scontri. Così, mentre per decenni Washington ha accusato l’Iran di minacciare la stabilità del Medio Oriente, gli Stati Uniti si sono trovati ancora una volta coinvolti nell’uso diretto della forza contro il territorio iraniano.
È qui che la narrazione dominante mostra una delle sue contraddizioni più evidenti. Per anni l’Iran è stato presentato come una delle principali fonti di instabilità della regione; eppure, se si guarda alla frequenza storica degli interventi militari, è Washington ad aver fatto ricorso alla forza su una scala incomparabilmente più ampia. Il vero doppio standard consiste nel condannare come “aggressione” la forza esercitata dai propri avversari e nel chiamare “difesa”, “sicurezza” o “ordine internazionale” la propria politica di intervento.
Le giustificazioni sono cambiate nel corso del tempo: protezione dei cittadini, difesa degli interessi nazionali, lotta al terrorismo, sicurezza internazionale, difesa degli alleati, protezione della libertà. Ma, al di là delle formule, rimane un fatto storico difficilmente contestabile: la forza militare è stata uno strumento ricorrente della politica estera americana. Cambiare il nome di un’operazione non cambia la realtà dei bombardamenti, delle invasioni, degli interventi militari e dei Paesi che ne hanno subito le conseguenze.
Questo è il punto essenziale: al di là delle parole con cui ogni intervento viene giustificato, resta la realtà dei fatti. Per oltre due secoli, gli Stati Uniti hanno fatto ricorso alla forza militare oltre i propri confini con una frequenza straordinaria, trasformando l’interventismo in uno degli strumenti più ricorrenti della loro politica di potenza.
Prima di accettare ancora una volta la consueta distinzione tra Paesi che «difendono la pace» e Paesi che «minacciano il mondo», bisognerebbe dunque fare una cosa molto più semplice:
guardare la storia, contare gli interventi e giudicare tutti con lo stesso metro.
Mostafa Milani Amin