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Groenlandia, NATO e il paradosso dell’alleato dominante

Analisi della crisi sulla Groenlandia che mette in luce i limiti strutturali della NATO e il paradosso dell’alleato dominante nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa.

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06 gennaio 2026, di Mostafa Milani Amin


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La vicenda della Groenlandia porta alla luce un limite strutturale mai affrontato apertamente: la NATO non dispone di strumenti per proteggere i suoi membri se la minaccia proviene dall’interno, e in particolare dalla sua potenza dominante.

La crisi innescata dalle dichiarazioni statunitensi sulla Groenlandia ha riportato alla luce una contraddizione che per anni è rimasta implicita nell’architettura della NATO. Non si tratta di un incidente retorico né di una tensione marginale, ma di un limite strutturale dell’Alleanza, che non è mai stata concepita per gestire il caso in cui la minaccia provenga dall’interno.

È in questo contesto che il premier danese ha affermato che «se Trump attaccasse la Groenlandia, sarebbe la fine della NATO». Non come provocazione diplomatica, ma come constatazione politica di una fragilità mai risolta.

La NATO non è un patto di non aggressione tra i suoi membri. Il suo meccanismo centrale, l’articolo 5, si applica esclusivamente in caso di aggressione esterna. Non esistono strumenti automatici per affrontare la situazione in cui uno Stato dell’Alleanza minacci o aggredisca un altro Stato dell’Alleanza. Questo vuoto è sempre esistito, ma è rimasto invisibile finché la potenza dominante non ha iniziato a evocarlo apertamente.

L’Alleanza è formalmente fondata sull’uguaglianza sovrana degli Stati, ma è in realtà profondamente asimmetrica. Gli Stati Uniti ne sono il pilastro militare, politico e strategico. La NATO non è un’istanza superiore a Washington: è in larga parte costruita attorno ad essa. Per questo non può funzionare come strumento di protezione contro gli Stati Uniti stessi.

La Groenlandia rende questa contraddizione ancora più evidente. È territorio del Regno di Danimarca, ma gode di ampia autonomia, è fuori dall’Unione europea ed è centrale per il controllo dell’Artico, delle rotte e dei sistemi di difesa. Gli Stati Uniti vi sono presenti militarmente da decenni e la considerano parte integrante della propria architettura di sicurezza. Nella loro prospettiva strategica non è semplicemente territorio di un alleato, ma un nodo cruciale.

È importante, inoltre, non liquidare le parole di Trump come innocua retorica. Nel corso del suo mandato ha ordinato bombardamenti o operazioni militari in Iran, Iraq, Nigeria, Siria, Somalia, Venezuela e Yemen. Parallelamente ha minacciato apertamente Paesi come Canada, Messico, Panama, Colombia e Cuba. La Groenlandia si inserisce quindi in un modello di linguaggio politico che, in più occasioni, è stato seguito da azioni concrete.

In questo quadro va letta anche la dichiarazione congiunta diffusa oggi dai leader europei, tra cui Giorgia Meloni. Il testo afferma che la sicurezza nell’Artico deve essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della NATO, compresi gli Stati Uniti, e ribadisce che la Groenlandia appartiene al suo popolo e che solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere del loro futuro. È una posizione formalmente corretta, ma politicamente fragile, perché resta interamente all’interno di un sistema che non contempla l’eventualità di una pressione o di un’azione da parte dell’attore dominante dell’Alleanza.

Se gli Stati Uniti occupassero la Groenlandia, la realtà è che né la NATO né l’Unione europea disporrebbero di strumenti credibili per reagire. Non solo per ragioni giuridiche, ma per rapporti di forza materiali, che includono una presenza militare statunitense diffusa in Europa, anche in Paesi come l’Italia. In questo contesto, la deterrenza funzionerebbe in una sola direzione.

Per questo le parole del premier danese sono coerenti. Un’occupazione della Groenlandia da parte di un membro dominante della NATO non sarebbe soltanto una violazione del diritto internazionale, ma segnerebbe la fine politica dell’Alleanza. E aprirebbe una crisi più ampia, che metterebbe in discussione anche la credibilità dell’Unione europea e, più in generale, l’idea stessa di un’Europa capace di autonomia strategica.

La NATO esiste per proteggere i suoi membri insieme agli Stati Uniti. Non ha gli strumenti, né la logica, per sopravvivere a un conflitto contro gli Stati Uniti.

Mostafa Milani Amin

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