Filosofia del genere: omosessualità ed eterosessualità
Analisi metafisica dell’omosessualità e dell’eterosessualità alla luce della primarietà dell’esistenza rispetto alle determinazioni quidditative.
23 settembre 2026, di Mostafa Milani Amin
Un’indagine metafisica sullo statuto ontologico dell’omosessualità e dell’eterosessualità, fondata sulla distinzione tra esistenza e quiddità e sul rapporto tra realtà dell’esistente e astrazione concettuale.
Ogni analisi filosofica dell’omosessualità dovrebbe partire, prima ancora che dalla sessualità, da una questione metafisica più fondamentale: che cosa esiste realmente? Se si assume il principio della primarietà dell’esistenza rispetto alla quiddità, la risposta non può essere cercata nella quiddità considerata come realtà autonoma. Ciò che esiste propriamente è la realtà dell’esistente, mentre la quiddità è ciò che la ragione riconosce nella realtà e considera soggettivamente come ciò che una cosa è. La quiddità non possiede dunque un’esistenza reale primaria e indipendente dalla realtà. Questa distinzione, che costituisce uno dei punti fondamentali della metafisica sadriana, deve essere applicata con coerenza anche quando si parla dell’essere umano, e in generale di ogni altra cosa. La realtà dell’essere umano esiste; la sua quiddità non ha reale esistenza. Ne consegue che anche le determinazioni attraverso cui l’intelletto distingue gli esseri umani devono essere ricondotte alla realtà e non trasformate arbitrariamente in sostanze autonome.
La differenza sessuale appartiene alla realtà dell’essere umano, ma non costituisce per questo una sostanza distinta da quella umana. Maschio e femmina non sono due essenze umane differenti, né due realtà dotate di un’esistenza autonoma; sono determinazioni dell’essere umano che l’intelletto riconosce e concettualizza. Dire che la differenza sessuale è reale non significa quindi attribuire al sesso un’esistenza primaria, ma riconoscere nell’esistente un fondamento reale della distinzione che l’intelletto esprime mediante i concetti di maschio e femmina. La quiddità astratta da un particolare essere umano che qualifichiamo come maschio non costituisce una quiddità umana diversa da quella astratta da un altro essere umano che qualifichiamo come femmina: in entrambi i casi l’intelletto riconosce la medesima realtà quidditativa dell’essere umano, determinata secondo differenti modalità.
È necessario, tuttavia, precisare il livello al quale si colloca questa analisi. La questione qui posta è propriamente metafisica e riguarda lo statuto ontologico del sesso, della quiddità e delle determinazioni dell’essere umano. Essa precede e, per quanto concerne il suo fondamento, è indipendente dalle moderne teorie del gender, dalle diverse concezioni dell’identità di genere e dalle relative elaborazioni culturali, sociali o politiche. Non si intende pertanto introdurre surrettiziamente tali teorie nel ragionamento, né ricavare dalla presente analisi una particolare concezione dell’identità di genere. Il problema è più radicale: riguarda ciò che esiste realmente e il modo in cui l’intelletto distingue e concettualizza ciò che esiste. Confondere questi piani significherebbe attribuire alla presente indagine un contenuto che non possiede e spostare la discussione dal piano metafisico a quello ideologico e politico, che qui è del tutto estraneo all’argomento.
Da questa premessa segue una conseguenza metafisicamente rilevante. L’esperienza ci mostra, nell’ambito della specie umana conosciuta, due modalità fondamentali di differenziazione sessuale; la biologia descrive tale differenza anche mediante il riferimento ai due tipi di gameti. Ma né l’osservazione empirica né la descrizione scientifica costituiscono, da sole, una dimostrazione metafisica della necessità e dell’unicità di queste due determinazioni. Dal fatto che un terzo sesso non sia stato osservato non segue logicamente che un terzo sesso sia ontologicamente impossibile. Per stabilire quest’ultima proposizione sarebbe necessario mostrare che la dualità sessuale appartiene necessariamente alla struttura dell’essere umano e che ogni possibile determinazione sessuale ulteriore è metafisicamente contraddittoria oppure riducibile, per la sua stessa natura, a una delle due. In assenza di una simile dimostrazione, l’affermazione secondo cui «esistono due sessi» rimane una generalizzazione fondata sull’esperienza e sulla definizione biologica adottata, non una necessità metafisica dimostrata.
La questione propriamente ontologica consiste dunque nello stabilire quale sia il fondamento reale della differenza sessuale e, soprattutto, se da tale fondamento possa essere dedotta la necessità di una dualità sessuale esclusiva. È precisamente a questo livello che la filosofia può interrogare ciò che la semplice osservazione empirica dà per acquisito, senza per questo negare il dato biologico e senza confonderlo con elaborazioni teoriche appartenenti a un ordine completamente diverso.
Occorre inoltre evitare un possibile equivoco terminologico. Quando, nel prosieguo dell’analisi, si parlerà della possibilità teorica di un terzo sesso, di un quarto o di ulteriori determinazioni sessuali, non si farà riferimento alle moderne classificazioni dell’identità di genere, alle loro categorie sociali o culturali, né alle molteplici forme con cui oggi vengono definite le identità personali, talvolta codificate attraverso sigle sempre più articolate, come LGBTQ+ e simili. Il problema qui considerato è esclusivamente ontologico e riguarda il sesso in quanto possibile determinazione quidditativa dell’essere umano. Parlare di un eventuale «terzo sesso» significa dunque porre una domanda metafisica sul numero e sulla natura delle possibili determinazioni sessuali dell’essere umano, e non recepire nel discorso filosofico classificazioni contemporanee di carattere socioculturale o ideologico. Si tratta di livelli di discorso radicalmente diversi: da una parte la ricerca metafisica sul fondamento dell’essere e sulle strutture reali dell’esistente; dall’altra sistemi terminologici e classificazioni mutevoli elaborati nell’ambito delle diatribe politico-culturali contemporanee. Confonderli significherebbe abbassare una questione ontologica fondamentale al livello contingente delle categorie ideologiche del momento.
Questo principio diventa particolarmente importante quando si considera l’orientamento sessuale. «Omosessualità» ed «eterosessualità» sono concetti attraverso i quali descriviamo una determinata modalità dell’orientamento sessuale degli individui. Non sono, in quanto concetti, sostanze né essenze autonome. L’esistenza appartiene sempre alla realtà dell’individuo, che identifichiamo come una persona, con un determinato corpo, una determinata struttura psichica, una determinata storia e determinate inclinazioni e relazioni; l’intelletto riconosce in questa realtà alcune caratteristiche e, astraendole, le organizza mediante concetti. Dire che una persona è omosessuale significa quindi sussumere concettualmente quell’individuo sotto una determinazione quidditativa astratta dall’esperienza, non affermare l’esistenza reale di una particolare sostanza omosessuale; ma, per la stessa ragione, non significa affermare l’esistenza reale di una particolare sostanza eterosessuale. Insomma, nella realtà non esistono autonomamente e realmente né l’omosessualità né l’eterosessualità. Esiste la realtà dell’individuo e tutto il resto è, per così dire, virtuale e astratto e, in quanto tale, relativo: più o meno preciso e più o meno vicino alla realtà assoluta da cui è stato astratto.
Anche la questione della «natura» dell’omosessualità deve essere affrontata con cautela. Dire che qualcosa è «naturale» può significare cose diverse: può riferirsi alla costituzione biologica di un individuo, al fatto che si manifesti spontaneamente, alla sua frequenza nella specie oppure semplicemente al fatto che non sia frutto di una scelta volontaria e consapevole. Questi significati non sono equivalenti e non possono essere confusi tra loro né assunti, senza ulteriori argomenti, come conclusioni metafisiche. Allo stesso modo, definire l’omosessualità una «scelta» non spiega da solo né la sua origine né la sua struttura. Per affrontare seriamente la questione occorre quindi distinguere i diversi livelli dell’analisi — biologico, psicologico, fenomenologico, morale e giuridico — e, infine, considerare la questione sul piano propriamente metafisico.
La metafisica, tuttavia, non consente di dedurre in modo immediato un giudizio morale. Stabilire che cosa esiste e quale statuto ontologico possieda una determinazione quidditativa dell’essere umano non equivale ancora, di per sé, a stabilire se essa, o gli atti ad essa connessi, siano moralmente buoni o cattivi. L’ontologia precede logicamente l’etica, ma non la sostituisce: un giudizio morale può essere fondato anche su principi metafisici, ma la sua derivazione richiede ulteriori passaggi relativi alla natura dell’agire umano, al fine, al bene e alla perfezione dell’uomo.
Un tentativo celebre di costruire sistematicamente questo passaggio è quello di Baruch Spinoza nella sua Ethica ordine geometrico demonstrata, pubblicata postuma nel 1677. Spinoza cerca di sviluppare, a partire da definizioni e assiomi, una catena deduttiva che conduce dalla sua concezione di Dio e della natura fino alla teoria degli affetti e alla libertà umana, adottando un ordine espositivo modellato sulla dimostrazione geometrica di Euclide. Si tratta di un progetto filosofico di grande ambizione, nel quale il rapporto tra i principi metafisici e le conclusioni etiche viene affrontato in forma sistematica. La questione della misura in cui il metodo geometrico possa effettivamente garantire, in filosofia, la necessità delle conclusioni raggiunte è tuttavia complessa e merita un’analisi specifica.
È precisamente su questo piano che si collocano anche le valutazioni morali e le norme religiose: nell’Islam, come in altre tradizioni religiose, gli atti omosessuali, e in particolare la sodomia, sono stati considerati proibiti. Il fondamento di tale proibizione può essere oggetto di una più ampia indagine filosofica e teologica, che richiede un’argomentazione più ampia e più radicata.
Riepilogando, l’analisi condotta ha cercato di mostrare che l’esistenza appartiene anzitutto alla realtà dell’individuo, mentre le determinazioni mediante le quali l’intelletto distingue il sesso e l’orientamento sessuale appartengono al piano della quiddità e dell’astrazione concettuale. L’omosessualità e l’eterosessualità non sono dunque sostanze o essenze autonome, ma concetti attraverso i quali l’intelletto descrive determinate modalità dell’esistente. Da ciò segue anche che la semplice individuazione di una determinazione sessuale o di un orientamento non consente, senza ulteriori passaggi, di formulare un giudizio morale. La metafisica può certamente fornire i principi a partire dai quali sviluppare tale giudizio, ma il passaggio dall’ontologia all’etica e alla legge richiede un’argomentazione ulteriore, fondata sulla natura dell’agire umano, sul fine, sul bene e sulla perfezione dell’uomo. È questo il passaggio che, nelle grandi tradizioni filosofiche e religiose, conduce dalla concezione dell’essere alla valutazione dell’agire e che, nell’Islam come in altre religioni, ha portato anche alla formulazione di norme relative alla sessualità. Il presente saggio si è fermato al livello dei presupposti metafisici, cercando di chiarirne i concetti fondamentali e di mostrarne le implicazioni senza confonderle con conclusioni etiche già assunte. L’esame di tali conseguenze, e in particolare del fondamento filosofico e teologico delle norme morali, richiede un’analisi ulteriore, che potrà essere sviluppata in saggi successivi.
Mostafa Milani Amin