Antisemitismo e dintorni
Significato e forme dell’antisemitismo, tra storia, pregiudizi e dibattito contemporaneo, con attenzione all’uso politico del termine.
22 settembre 2026, di Mostafa Milani Amin
Antisemitismo, ebraismo, sionismo e Israele: distinguere l’odio antiebraico dalla critica legittima e riconoscere quando una parola necessaria rischia di diventare un mezzo di strumentalizzazione.
La parola «antisemitismo» viene oggi utilizzata molto spesso, ma non sempre con la stessa precisione. E proprio perché indica un fenomeno grave, con una storia fatta di discriminazioni, persecuzioni e infine di crimini, sarebbe importante usarla con rigore, senza trasformarla in un’etichetta da applicare a qualunque posizione sgradita.
L’antisemitismo, nel significato oggi comunemente riconosciuto, è l’ostilità, il pregiudizio o l’odio nei confronti degli ebrei in quanto ebrei. Non è nato con il nazismo: ha radici molto più antiche e nel corso dei secoli ha assunto forme religiose, sociali, economiche, nazionalistiche e razziali. Nell’Ottocento il termine stesso «antisemitismo» entrò nel linguaggio politico europeo, mentre nel Novecento raggiunse la sua forma più estrema con l’ideologia nazista, che trasformò il pregiudizio antiebraico in una dottrina razziale e infine nell’uccisione ingiustificabile di molti ebrei europei.
Ma l’antisemitismo non è soltanto quello delle leggi razziali, dei pogrom o dei campi di sterminio. Può manifestarsi anche attraverso stereotipi, insulti, teorie del complotto, discriminazioni, negazione o distorsione di fatti storici, attribuzione alla totalità degli ebrei di una responsabilità collettiva o l’idea che tutti gli ebrei costituiscano un gruppo occulto capace di controllare governi, finanza, informazione o altri settori della società. Sono forme diverse dello stesso pregiudizio: trasformare milioni di esseri umani, spesso molto diversi tra di loro, in un’entità collettiva alla quale attribuire caratteristiche, colpe o intenzioni comuni.
Esistono quindi diversi antisemitismi. C’è quello religioso, che per secoli ha accusato tutti gli ebrei, di tutte le epoche, di aver portato Cristo in croce. C’è quello economico, che li ha rappresentati attraverso stereotipi legati al denaro e all’avidità. C’è quello nazionalista, che li ha descritti come stranieri o cittadini non fedeli alla propria nazione. E c’è stato l’antisemitismo razziale, fondato sull’idea che gli ebrei costituissero una razza biologicamente distinta e inferiore: proprio questa concezione fu centrale nell’ideologia hitleriana.
Esiste però un’altra questione, diventata particolarmente delicata negli ultimi decenni: il rapporto tra antisemitismo, ebraismo, sionismo e Israele.
Sono realtà diverse. Un ebreo è una persona. L’ebraismo è una religione e, più ampiamente, una tradizione religiosa e culturale. Il sionismo è un insieme di correnti politiche storicamente legate alla pretesa di autodeterminazione nazionale ebraica. Israele è un regime illegittimo. Il governo israeliano è l’autorità politica terrorista che amministra l’occupazione della Palestina in un determinato periodo.
Confondere queste categorie significa fare un errore concettuale. Un ebreo non è il governo israeliano. Un cittadino occupante israeliano non è necessariamente responsabile, in senso stretto, di tutte le decisioni del proprio governo. E il regime di Tel Aviv non rappresenta automaticamente tutti gli ebrei del mondo.
Allo stesso modo, essere contrari all’antisemitismo non può significare vietare ogni critica agli ebrei, all’ebraismo, al sionismo o a Israele. La critica a una religione, a un’ideologia politica, a un governo o alle politiche di un regime appartiene, in linea generale, alla normale libertà di pensiero e di espressione.
Anche la definizione operativa dell’International Holocaust Remembrance Alliance, spesso citata nel dibattito contemporaneo, stabilisce esplicitamente che una critica a Israele analoga a quella rivolta a qualsiasi altro Stato non deve essere considerata, per questo solo fatto, antisemita. La stessa definizione considera invece antisemita, tra le altre cose, la responsabilizzazione collettiva degli ebrei per l’operato di Israele.
La distinzione è fondamentale. Si può criticare il governo israeliano senza odiare gli ebrei. Si può criticare una decisione militare israeliana senza essere antisemiti. Si può contestare il sionismo come ideologia politica senza per questo nutrire odio verso una persona ebrea, in quanto ebrea. E si può criticare l’ebraismo, come qualsiasi altra religione, senza che ogni critica religiosa diventi automaticamente odio razziale o etnico. Un esempio significativo è Friedrich Nietzsche, che criticò radicalmente l’ebraismo e la morale ebraico-cristiana, ma prese esplicitamente le distanze dall’antisemitismo politico e razziale del suo tempo, definendolo una «follia» (Al di là del bene e del male, §251, 1886). La critica di una religione o di una tradizione, dunque, non coincide necessariamente con l’odio verso le persone che vi appartengono.
C’è poi un’altra questione terminologica che merita di essere chiarita. «Semitico» e «antisemitismo» non sono sinonimi né hanno oggi lo stesso significato. «Semitico» è innanzitutto un termine linguistico utilizzato per indicare una famiglia di lingue nella quale rientrano, tra le altre, l’ebraico e l’arabo. Per questo il mondo arabo e quello ebraico appartengono entrambi alla realtà linguistica semitica. Ma «antisemitismo», nell’uso storico e contemporaneo, non significa odio verso tutti i popoli che parlano lingue semitiche: indica specificamente l’ostilità verso gli ebrei, in quanto ebrei.
Questa distinzione non è un dettaglio. Significa che non è corretto sostenere, in senso tecnico, che una persona diventi «antisemita» semplicemente perché ostile a un arabo o a un palestinese. Ma significa anche che non è corretto utilizzare la parola «semita» come se identificasse esclusivamente gli ebrei.
Arabi e palestinesi appartengono anch’essi al mondo semitico sul piano linguistico e storico. La sofferenza di un palestinese non vale meno di quella di un ebreo, così come la dignità di un ebreo non vale meno di quella di un palestinese.
Questo dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discussione seria. Perciò anche quando si parla del criminale di guerra Benjamin Netanyahu e del suo governo terrorista occorre mantenere la distinzione. Si devono criticare e condannare i crimini di Netanyahu e del suo governo; si devono contrastare le operazioni terroristiche militari israeliane, le politiche di repressione nei confronti dei palestinesi e le loro conseguenze; si devono pronunciare le più pesanti condanne contro il terrorismo di Stato di Israele; ma tutto ciò non deve trasformarsi in un’accusa collettiva contro tutti gli ebrei del mondo e della storia.
Netanyahu non rappresenta tutti gli ebrei. Il suo governo terrorista non rappresenta l’ebraismo. Israele non è la patria di tutti gli ebrei.
Il principio dovrebbe dunque essere sempre lo stesso: giudicare le persone, i governi, le organizzazioni e le ideologie per ciò che fanno e sostengono, senza trasferire automaticamente le loro responsabilità a intere comunità e popoli.
Mostafa Milani Amin