Oltre la fisica e la metafisica
Oltre i limiti della fisica e della metafisica: concetti, spaziotempo, movimento sostanziale e leggi naturali al vaglio della Realtà.
15 settembre 2026, di Mostafa Milani Amin
Un percorso oltre i limiti della fisica e della metafisica, dalla relatività e dal movimento sostanziale alla distinzione tra concetto e Realtà, fino alla questione dell’ordine naturale e dei miracoli.
La storia della fisica può essere letta come una progressiva scoperta dei limiti dei propri concetti fondamentali. Newton descrisse il movimento assumendo spazio e tempo assoluti. Einstein mostrò che tale separazione non corrisponde alla struttura fisica della realtà e la sostituì con lo spaziotempo. Mulla Sadra, con il movimento sostanziale (al-ḥarakat al-jawhariyya), aveva posto una questione ancora più radicale: il cambiamento non appartiene soltanto alle proprietà dell’ente materiale, ma al suo stesso essere.
Ma possiamo spingerci oltre.
Il punto di partenza è una distinzione decisiva: il concetto non è la Realtà. Ogni teoria scientifica costruisce concetti e relazioni matematiche mediante i quali ordina e predice i fenomeni. Quanto più il modello è preciso, tanto maggiore è la sua capacità conoscitiva. Ma nessuna precisione trasforma il modello nella Realtà che esso descrive. Anche un concetto perfetto, ammesso che una tale perfezione sia possibile, rimarrebbe perfetto soltanto nel proprio ordine.
Da questo segue che neppure le categorie fondamentali della fisica devono essere confuse con ciò che esiste realmente, anzi con ciò che «È». Spazio, tempo, spaziotempo, materia, massa, energia, forza e le altre grandezze fisiche sono strumenti teorici di descrizione. La loro efficacia scientifica non implica la loro assolutezza ontologica.
Einstein compì un passo decisivo contro un’assolutezza di questo genere. Lo spazio e il tempo newtoniani non erano la struttura ultima della realtà fisica. Divennero componenti di una struttura più generale, lo spaziotempo, la cui geometria è dinamicamente legata alla materia e all’energia.
Ma perché fermarsi allo spaziotempo?
Il movimento sostanziale di Mulla Sadra offre un punto di partenza per porre una domanda ulteriore. Se il divenire appartiene all’essere stesso della realtà materiale, anche lo spaziotempo potrebbe non essere la realtà ultima, ma una forma concettuale attraverso cui rappresentiamo un determinato ordine del divenire.
La questione non è sostituire lo spaziotempo con un’altra «cosa» più fondamentale. Sarebbe soltanto la sostituzione di un concetto con un altro. La questione è più radicale: possiamo costruire una fisica che non assuma come realtà ultima nessuna delle entità introdotte dai suoi stessi modelli?
Qui il pensiero di Mulla Sadra stesso deve essere oltrepassato. La sostanza è un concetto ontologico. Se la Realtà non coincide con alcun concetto, neppure la sostanza può essere identificata con ciò che realmente è.
La conclusione non è che non esiste nulla. È che non possiamo necessariamente postulare un «qualcosa» concettualmente isolabile come fondamento ultimo della Realtà. Realtà ed esistenza non sono due oggetti distinti che debbano essere uniti per produrre un ente esistente. Anche questa separazione appartiene al pensiero.
La Realtà non ha parti. Dire che siamo una parte della Realtà significa già introdurre una divisione concettuale nella Realtà stessa. Non siamo separati da essa per poi entrarvi mediante la conoscenza: la separazione fra «Noi» e «Realtà» appartiene al modello mentale, più o meno preciso, con cui la rappresentiamo.
Il concetto può essere perfezionato indefinitamente (e già questa indefinitezza dimostra che non esiste realmente): può diventare più coerente, più preciso, più adeguato ai fenomeni. Ma il suo compimento non consiste nel trasformarsi nella Realtà. Consiste, al massimo, nel condurci fino al proprio limite, fino alla soglia oltre la quale la rappresentazione non può più sostituire ciò che rappresenta.
Il tetto del concetto è appena il pavimento della Presenza.
La Presenza non è un nuovo oggetto da descrivere. È il riconoscimento che la Realtà non è davanti a noi come qualcosa di separato che un concetto possa possedere. Quando cade la pretesa di identificare il modello con ciò che è, diventa possibile vedere anche il limite dell’io concepito come entità separata.
Questo non rende inutile la scienza. Al contrario, ne precisa il valore. La scienza diventa più rigorosa quando distingue il fenomeno, il modello matematico e la Realtà. Il suo compito non è proclamare assoluti i propri strumenti, ma portarli alla massima precisione possibile per servire a chi è imprigionato nella gabbia della mente e del concetto, per dargli una gabbia più grande possibile, anche se sempre gabbia.
La domanda per la fisica diventa allora nuova. Non dobbiamo cercare semplicemente un modello più complesso dello spaziotempo, né postulare un’altra entità fondamentale al suo posto. Dobbiamo chiederci se sia possibile una formulazione matematica nella quale spazio, tempo e tutte le altre grandezze fondamentali emergano come descrizioni relative di una realtà che nessuna di esse esaurisce.
Se questa ricerca avrà successo, la relatività non sarà confutata più di quanto Einstein abbia confutato Newton: sarà compresa come un limite, straordinariamente preciso, di una descrizione più generale.
Il vero superamento non consiste dunque nel trovare un nuovo assoluto.
Consiste nel comprendere che ogni assoluto concepito dalla mente è già un modello.
E che la Realtà, precisamente perché è la Realtà, non ha bisogno di diventare un concetto per essere ciò che è.
Ma proprio qui si apre anche la questione degli atti ed eventi soprannaturali, chiamati spesso miracoli. Se le leggi della fisica descrivono regolarità relative a un determinato ordine della realtà fenomenica, la loro validità non può essere trasformata in un’assolutezza metafisica. Ciò che chiamiamo «legge naturale» esprime ciò che accade secondo l’ordine normalmente osservato e descritto dai nostri modelli; non dimostra che la Realtà sia ontologicamente obbligata a coincidere con quel modello.
Il miracolo, in questa prospettiva, non deve essere concepito semplicemente come una «violazione» della Realtà, ma come il sovvertimento di un ordine relativo che la fisica ha descritto come regolare, o in termini più precisi, come una singolarità dal punto di vista di chi non ha conoscenza più profonda. Quando un fenomeno autenticamente miracoloso si realizza, non è la Realtà a contraddire se stessa: è il nostro concetto di legge naturale a rivelare il proprio limite. La legge che sembrava assoluta si mostra relativa al livello fenomenico al quale era stata formulata.
Questo non significa dunque sostituire la scienza con l’irrazionale. Significa porre una condizione epistemologica rigorosa: nessuna legge fisica, per quanto confermata e precisa, può essere assunta come dimostrazione dell’impossibilità assoluta di ciò che eccede il suo stesso dominio descrittivo. Se un fenomeno riproducibile contraddicesse una legge consolidata, non sarebbe la realtà a dover essere accusata di «violare» la legge: sarebbe la teoria a dover essere superata o riformulata.
In questo senso, il sovvertimento delle leggi relative della fisica non implica il caos. Implica la possibilità che ciò che chiamiamo «legge» appartenga a un ordine determinato, e che tale ordine non esaurisca la Realtà. Il vero fallimento della fisica non sarebbe allora l’incapacità di descrivere ogni fenomeno possibile, ma la tentazione di trasformare la descrizione di un ordine relativo nell’assoluto stesso.
Mostafa Milani Amin