Il caso Fakir e il doppio standard dell'Occidente: a Bologna sono criminali, a Teheran diventano rivoluzionari
Il caso Fakir riaccende il dibattito sul doppio standard dell'Occidente: perché la stessa violenza viene giudicata diversamente a Bologna e a Teheran?
22 luglio 2026, di Mostafa Milani Amin
La morte di Abderrahim Fakir esige verità e giustizia. Ma le violenze che ne sono seguite pongono una domanda che politica, media e opinione pubblica sembrano evitare: perché gli stessi atti vengono duramente condannati in Italia, mentre in Paesi come l’Iran sono troppo spesso osannati, se non addirittura istigati, come legittima resistenza o lotta per la libertà, fino a indurre la maggior parte dell’opinione pubblica ad accettare questo doppio standard come fosse del tutto normale?
La morte di Abderrahim Fakir a Bologna ha profondamente scosso il Paese. Le circostanze del suo decesso sono al vaglio della magistratura, che dovrà accertare con rigore eventuali responsabilità e ricostruire con precisione i fatti. In uno Stato di diritto è doveroso pretendere verità e giustizia, senza pregiudizi né assoluzioni preventive.
Ma ciò che è accaduto dopo impone una riflessione altrettanto necessaria.
Accanto alle manifestazioni pacifiche, si sono verificati episodi di violenza, devastazioni, aggressioni alle forze dell’ordine e danni al patrimonio pubblico e privato. Gli stessi familiari di Fakir hanno preso le distanze da questi atti, ricordando che il dolore non può trasformarsi in distruzione.
Ed è proprio qui che emerge una domanda che pochi sembrano voler affrontare.
Se scene analoghe si verificassero a Teheran, o in qualsiasi altro Paese ritenuto ostile all’Occidente, il racconto mediatico e politico sarebbe lo stesso? Coloro che incendiano, devastano e aggrediscono verrebbero descritti semplicemente come violenti, oppure come “rivoluzionari”, “combattenti per la libertà” o “simboli della resistenza”?
È questo il doppio standard che molti cittadini percepiscono e che merita di essere discusso.
La violenza non cambia natura in base alla latitudine. Un’aggressione resta un’aggressione. Una devastazione resta una devastazione. L’uso della forza contro lo Stato non diventa moralmente diverso soltanto perché avviene in un Paese anziché in un altro.
Se a Bologna pretendiamo – giustamente – il rispetto della legge e condanniamo chi trasforma una protesta in guerriglia urbana, allora lo stesso criterio dovrebbe valere ovunque. Non possiamo applicare una morale per l’Italia e un’altra per l’Iran, una per gli alleati e un’altra per gli avversari geopolitici.
Troppo spesso, invece, il giudizio sembra dipendere non dai fatti, ma dalla convenienza politica. Le stesse azioni vengono raccontate con parole diverse: “terroristi” da una parte, “ribelli” dall’altra; “criminali” in un caso, “rivoluzionari” nell’altro. Così il linguaggio smette di descrivere la realtà e diventa uno strumento di propaganda.
Anche una parte dell’informazione porta una responsabilità importante. La selezione delle immagini, dei termini e delle notizie non è mai neutrale quando finisce per orientare sistematicamente il giudizio morale del pubblico in una sola direzione. Se la violenza viene condannata soltanto quando colpisce i governi amici e relativizzata quando colpisce quelli considerati nemici, allora non siamo più davanti a un’informazione coerente, ma a una narrazione politica.
Una società veramente libera non si misura dalla capacità di scegliere da che parte stare, ma dal coraggio di applicare gli stessi principi a tutti. La dignità della persona, il rifiuto della violenza e il rispetto della legalità non possono essere valori a corrente alternata.
Il caso Fakir dovrebbe spingerci non soltanto a pretendere che sia fatta piena luce sulla morte di un uomo, ma anche a interrogarci sulla coerenza con cui giudichiamo ciò che accade nel mondo.
Perché una giustizia che cambia volto a seconda del Paese, del governo coinvolto o dell’interesse geopolitico non è più giustizia. È soltanto un’altra forma di potere.
Mostafa Milani Amin