Il Mediterraneo e la nuova espansione dell'asse USA-Israele
Dal caso Sazan al ruolo di Jared Kushner, un approfondimento sulla crescente influenza dell'asse USA-Israele nel Mare Nostrum e sulle sue implicazioni strategiche per il futuro della regione.
07 giugno 2026, di Mostafa Milani Amin
Dalle basi militari agli investimenti strategici, l’influenza dell’asse USA-Israele si estende nel Mediterraneo attraverso energia, infrastrutture e acquisizioni territoriali, ridisegnando gli equilibri regionali e mettendo alla prova la sovranità dei Paesi rivieraschi.
Dietro il progetto di Jared Kushner sull’isola albanese di Sazan non vi è soltanto una controversa operazione immobiliare. Esso rappresenta piuttosto il simbolo di una trasformazione più profonda che interessa l’intero Mediterraneo: l’avanzata di un modello di influenza fondato sulla convergenza tra potere finanziario, interessi strategici statunitensi e crescente proiezione regionale israeliana.
Per decenni gli Stati Uniti hanno esercitato la propria egemonia sul Mediterraneo attraverso la NATO, le basi militari e il controllo delle principali direttrici strategiche. Oggi quella stessa influenza non si limita più alla dimensione militare. Essa si manifesta attraverso investimenti, acquisizioni, infrastrutture energetiche, reti finanziarie e accordi economici che consentono di consolidare il controllo politico senza ricorrere alle forme tradizionali della conquista territoriale.
Israele occupa una posizione sempre più centrale all’interno di questo processo. Grazie al sostegno politico, militare e diplomatico di Washington, Tel Aviv ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione ben oltre i confini del Levante. La cooperazione con Grecia e Cipro, i progetti energetici nel Mediterraneo orientale e la crescente presenza di capitali israeliani in settori strategici della regione indicano una tendenza chiara: trasformare il Mediterraneo in uno spazio sempre più integrato agli interessi dell’asse USA-Israele.
In questo contesto, isole, porti, coste e infrastrutture non sono semplicemente beni economici. Essi diventano strumenti di influenza geopolitica. Il controllo delle risorse non passa necessariamente attraverso l’occupazione militare, ma attraverso il controllo del credito, degli investimenti, delle reti energetiche e degli snodi logistici. È una forma di espansione meno visibile, ma spesso più duratura.
Il caso di Sazan assume dunque un valore emblematico. Non perché una singola isola possa modificare gli equilibri regionali, ma perché riflette una logica più ampia: la progressiva trasformazione di territori appartenenti ai popoli mediterranei in asset destinati a circuiti finanziari e strategici esterni. Ciò che viene presentato come sviluppo economico rischia spesso di tradursi in una riduzione della sovranità reale delle comunità locali.
La conseguenza è un Mediterraneo sempre meno governato dai suoi popoli e sempre più modellato dagli interessi di potenze esterne. Le decisioni cruciali riguardanti energia, infrastrutture, sicurezza e sviluppo vengono frequentemente prese lontano dalle società che ne subiranno gli effetti.
Il vero rischio non è soltanto la perdita di controllo su singole porzioni di territorio, ma la graduale normalizzazione di un ordine regionale nel quale la dipendenza economica sostituisce l’autonomia politica. In tale scenario, il Mediterraneo cessa di essere uno spazio di cooperazione tra nazioni sovrane per diventare una piattaforma funzionale agli interessi strategici dell’asse USA-Israele e dei gruppi economici ad esso collegati.
Per i Paesi mediterranei la sfida decisiva consiste quindi nel sottrarsi a questa dinamica, riaffermando il principio secondo cui le risorse, le infrastrutture e il destino della regione devono essere determinati innanzitutto dai popoli che vi abitano, e non dagli interessi geopolitici e finanziari delle potenze che aspirano a dominarla.
Mostafa Milani Amin