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Meloni e la resa italiana all’illegittima aggressione contro l’Iran: il baciamano strategico a Washington

Il governo Meloni si allinea alla linea USA sul dossier Iran e sulla crisi dello Stretto di Hormuz, tra tensioni geopolitiche, doppia morale internazionale e rischio di escalation in Medio Oriente.

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23 maggio 2026, di Mostafa Milani Amin


Copertina meloni-iran-stretto-hormuz-mag-2026

Il governo Meloni abbandona ogni residua autonomia diplomatica e si allinea alla strategia statunitense contro Teheran. Dietro la retorica sulla sicurezza e sul nucleare iraniano riemergono la doppia morale internazionale, la subordinazione geopolitica dell’Italia e il rischio di trascinare il Paese dentro una nuova escalation in Medio Oriente.

Nel corso delle ultime dichiarazioni pubbliche rese al Forum Europa-Golfo (EU-GCC) a Navarino, in Grecia, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni è intervenuta sul dossier iraniano e sulla crisi dello Stretto di Hormuz, ribadendo la posizione del governo italiano in linea con gli alleati occidentali. La premier ha affermato: “Dobbiamo assicurarci che l’Iran non possa dotarsi dell’arma nucleare e cessi di essere una minaccia nei confronti delle nazioni vicine e non solo”, aggiungendo che “la riapertura dello Stretto di Hormuz rappresenta uno dei pilastri per una soluzione sostenibile della crisi” e che “la libertà di navigazione è un interesse vitale per l’Italia e per l’Europa”. Ha inoltre sottolineato la disponibilità italiana a contribuire alla “sicurezza della navigazione nell’area, nell’ambito delle iniziative internazionali in corso”.

Giorgia Meloni ha ormai scelto definitivamente il proprio campo: quello dell’allineamento politico, strategico e narrativo all’aggressione contro l’Iran. Le dichiarazioni delle ultime ore sullo Stretto di Hormuz e sulla necessità di impedire all’Iran qualsiasi sviluppo nucleare non rappresentano soltanto una presa di posizione diplomatica, ma il tassello ulteriore di una linea politica che sta trascinando l’Italia dentro una logica di guerra permanente, di subordinazione geopolitica agli USA e di ipocrisia internazionale.

Il governo italiano continua a ripetere ossessivamente la formula secondo cui «l’Iran non deve avere l’arma atomica», come se il monopolio nucleare occidentale e israeliano dovesse essere considerato un fatto naturale e incontestabile. Ma questa narrazione omette deliberatamente alcuni fatti essenziali: Israele possiede un arsenale nucleare mai sottoposto a controlli internazionali; gli Stati Uniti hanno sostenuto per decenni guerre devastanti in tutta la regione; l’Occidente ha tollerato occupazioni, bombardamenti, assassinii mirati e violazioni continue del diritto internazionale senza mai applicare agli alleati occidentali il medesimo metro politico e lo stesso linguaggio accusatorio riservati all’Iran.

L’ipocrisia occidentale è ormai talmente evidente da non poter più essere nascosta. Quando un Paese occidentale invade, bombarda o compie assassinii mirati, si parla di «sicurezza», «stabilità» e «difesa preventiva». Quando invece un Paese che rifiuta di sottomettersi all’ordine geopolitico occidentale reagisce o tenta di costruire capacità di deterrenza, allora improvvisamente compaiono il lessico dell’«allarme globale» e della «minaccia alla pace».

Meloni si sta inserendo perfettamente dentro questa doppia morale internazionale, scegliendo ancora una volta la strada dell’allineamento totale agli interessi statunitensi e israeliani. Nella posizione espressa da Palazzo Chigi non esiste alcuna reale autonomia italiana: esiste soltanto l’esigenza di dimostrare obbedienza strategica a Washington e piena sintonia politica con Tel Aviv. È la prosecuzione di una politica estera sempre più subordinata, nella quale l’Italia rinuncia a qualsiasi ruolo mediterraneo indipendente per ridursi a semplice cinghia di trasmissione della strategia statunitense nel Medio Oriente.

Il punto più grave riguarda però la questione di Hormuz. Lo Stretto non è un dettaglio tecnico né un semplice corridoio commerciale: è lo snodo energetico più delicato del pianeta e uno dei punti più esplosivi dell’intero equilibrio mondiale. Parlare della sua «riapertura» con toni muscolari e ultimativi, senza affrontare le cause profonde della crisi, significa legittimare implicitamente il rischio di un’ulteriore escalation militare nel Golfo Persico, nella quale l’Italia finirebbe inevitabilmente e catastroficamente coinvolta.

E quelle cause profonde non sono certo nate nel vuoto. La crisi attuale è il risultato diretto di anni di illegittime sanzioni, minacce, sabotaggi, assassinii mirati e aggressioni militari contro l’Iran. Fingere che tutto sia iniziato con la legittima risposta iraniana significa capovolgere completamente la realtà geopolitica della regione.

L’Italia avrebbe potuto scegliere una strada diversa: chiedere una reale de-escalation, rilanciare il negoziato, condannare ogni violazione del diritto internazionale indipendentemente da chi la compia e rifiutare la logica dei blocchi geopolitici e delle contrapposizioni permanenti. Il governo Meloni ha invece scelto ancora una volta la retorica della fermezza atlantica, che troppo spesso non è altro che il linguaggio dell’obbedienza strategica.

C’è inoltre un elemento politico interno che non può essere ignorato. La destra italiana ha costruito per anni il proprio consenso sulla retorica della sovranità nazionale, dell’indipendenza e dell’orgoglio patriottico. Eppure, nel momento in cui si tratta di prendere posizione davanti agli interessi strategici degli Stati Uniti o di Israele, tutta questa retorica si dissolve miseramente. Quello che resta è una classe politica incapace di esercitare perfino il minimo margine di autonomia internazionale e sempre pronta ad allinearsi disciplinatamente alle priorità geopolitiche d’oltreoceano. Il cosiddetto sovranismo italiano si rivela così per ciò che realmente è: propaganda utile sul piano interno, ma totalmente impotente e subalterna quando entrano in gioco guerra, NATO e rapporti con Washington.

Insomma, la sovranità viene invocata ossessivamente quando si tratta di migranti, regolamenti europei o polemiche culturali, ma scompare improvvisamente nel momento in cui entrano in gioco guerra, NATO, Medio Oriente o rapporti strategici con Washington. È qui che il cosiddetto sovranismo italiano mostra il suo vero volto: duro e aggressivo nelle battaglie simboliche interne, ma totalmente prono davanti alle strategie egemoniche statunitensi. Una contraddizione enorme, che smaschera il carattere profondamente propagandistico di certa retorica patriottica italiana.

Ma esiste anche un rischio estremamente concreto per l’Italia. Ogni volta che il governo decide di schierarsi apertamente dentro conflitti di questa natura, il Paese aumenta inevitabilmente la propria esposizione politica, economica e persino militare. L’Iran ha dichiarato apertamente e ufficialmente negli ultimi giorni che un’eventuale ripresa della guerra potrebbe estendersi ben oltre i confini del Medio Oriente e coinvolgere anche i Paesi che sostengono o favoriscono l’aggressione israelo-statunitense. In uno scenario simile, la presenza di infrastrutture strategiche e basi militari statunitensi e NATO sul territorio italiano trasformerebbe inevitabilmente l’Italia in un obiettivo sensibile. Un’eventuale escalation nel Golfo Persico avrebbe conseguenze potenzialmente devastanti sull’energia, sui trasporti, sull’inflazione, sulle catene commerciali e sulla stabilità dell’intera area mediterranea, trascinando il Paese dentro una crisi dagli effetti imprevedibili e catastrofici.

Eppure il governo continua a leggere una crisi dagli equilibri esplosivi attraverso la lente semplicistica della propaganda occidentale, come se il Medio Oriente potesse essere ridotto a una favola geopolitica divisa tra “buoni” e “cattivi”. Lo slogan «mai l’atomica in Iran» diventa così il paravento retorico dietro cui si giustificano escalation, aggressioni e allineamenti strategici che rischiano di incendiare l’intera regione e trascinare anche l’Europa dentro una crisi incontrollabile.

Di fronte a tutto questo, Giorgia Meloni avrebbe potuto almeno tentare di difendere una posizione equilibrata, coerente con gli interessi nazionali italiani e con la necessità di impedire un ulteriore precipitare della situazione regionale e internazionale. Ha scelto invece ancora una volta la strada dell’allineamento automatico, della contrapposizione ideologica e dell’obbedienza strategica agli interessi israelo-statunitensi. Una scelta politicamente servile, moralmente ipocrita e potenzialmente disastrosa per l’Italia.

La verità è che l’Occidente pretende di conservare un monopolio assoluto della forza, militare, strategica e nucleare, considerando inaccettabile qualsiasi capacità di deterrenza sviluppata da Stati che rifiutano di piegarsi alla sua egemonia geopolitica. È questa la radice più profonda della crisi: non la “sicurezza internazionale”, non la “pace”, non la “stabilità”, ma la volontà di preservare con ogni mezzo un ordine mondiale fondato sulla subordinazione politica e militare degli Stati non allineati.

In pratica, la logica che domina oggi i rapporti internazionali occidentali somiglia sempre più a quella di Cosa Nostra: il Don Corleone d’oltreoceano pretende obbedienza assoluta, decide chi può difendersi, chi può armarsi e persino chi può esistere e chi no. Chi si allinea viene protetto; chi resiste viene demonizzato, sanzionato, isolato o colpito militarmente.

Mostafa Milani Amin

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