La guerra imposta all’Iran e il fallimento dell’asse USA-Israele
Analisi della guerra imposta all’Iran da Washington e Tel Aviv: deterrenza, resistenza della Repubblica Islamica e crisi dell’asse USA-Israele.
27 marzo 2026, di Mostafa Milani Amin
Non un’escalation tra due parti, ma un’aggressione pianificata per spezzare la deterrenza iraniana, piegare la Repubblica Islamica e imporre la subordinazione di uno degli ultimi poli di indipendenza della regione all’egemonia americana e sionista.
La guerra imposta oggi all’Iran da Washington e Tel Aviv non può essere raccontata con il linguaggio ipocrita dell’“escalation” o dello “scontro tra due parti”. Non siamo davanti a un conflitto nato dal nulla, né a una spirale casuale di tensione regionale. Siamo davanti a un’aggressione pianificata e perseguita da tempo contro uno Stato che, da oltre quarant’anni, rifiuta di piegarsi all’ordine imposto dagli Stati Uniti e dal regime sionista. Quella in corso non è dunque una guerra scelta dall’Iran, ma una guerra imposta all’Iran.
Il primo grande inganno della propaganda occidentale consiste nel presentare questa offensiva come una risposta a una “minaccia iraniana”. In realtà, l’Iran è stato colpito non perché stesse per invadere qualcuno, ma perché continua a rappresentare un polo di indipendenza politica, militare e ideologica in una regione che Washington e Tel Aviv vorrebbero interamente subordinata ai propri interessi. La questione nucleare, i missili, la presenza regionale, tutto questo è stato usato come pretesto. Il vero obiettivo non è mai stato solo limitare un programma o contenere una capacità tecnica: il vero obiettivo è spezzare la volontà dell’Iran, privarlo della sua deterrenza, isolarlo e, se possibile, aprire la strada alla sua destabilizzazione interna.
In questo senso, la guerra in corso conferma una verità che in Iran si conosce da anni: quando la Repubblica Islamica negozia, l’Occidente usa il tempo per preparare nuove pressioni; quando resiste, viene accusata di essere “aggressiva”; quando si difende, viene descritta come “destabilizzante”. Il copione è sempre lo stesso. Washington finge di cercare una soluzione diplomatica mentre arma e copre politicamente Israele, e Tel Aviv agisce come avanguardia militare di un progetto più ampio, volto a ridisegnare il Medio Oriente in funzione anti-iraniana e anti-resistenza.
Chi guarda questa guerra con occhi onesti deve riconoscere che l’Iran ha subito colpi pesanti. Ci sono stati danni, vittime, attacchi a infrastrutture, pressioni enormi sul piano militare e psicologico. Ma il punto decisivo non è questo. Il punto decisivo è che l’Iran, nonostante tutto, non è crollato. Lo Stato non si è dissolto, la catena di comando non si è spezzata, la capacità di risposta non è stata annullata, la volontà politica della Repubblica Islamica non è stata piegata. E questo, per Washington e Tel Aviv, rappresenta già una sconfitta strategica.
Gli aggressori avevano probabilmente immaginato uno scenario diverso. Pensavano forse che una campagna di bombardamenti, assassinii mirati, pressione militare e guerra psicologica avrebbe prodotto il caos interno, la paralisi istituzionale o la resa politica. Pensavano forse che l’Iran, messo sotto attacco diretto, avrebbe accettato di trattare da posizione di debolezza. Pensavano forse che la popolazione si sarebbe immediatamente rivoltata sotto il peso della guerra, trasformando l’aggressione esterna in una crisi irreversibile dello Stato. Ma la storia della Repubblica Islamica insegna il contrario: l’Iran può essere ferito, ma non è facilmente piegabile.
La risposta iraniana, in questo quadro, non va letta come “avventurismo” o “irresponsabilità”, ma come esercizio del più elementare diritto alla difesa. Uno Stato che viene bombardato, colpito nel proprio territorio, minacciato nella propria esistenza strategica, non può limitarsi ai comunicati diplomatici. Se l’Iran non rispondesse, non verrebbe premiato con la pace, ma invitato a subire attacchi ancora più duri. Questa è la lezione che Teheran ha imparato osservando il destino di altri Paesi della regione: chi si mostra vulnerabile davanti all’asse americano-sionista non ottiene sicurezza, ma diventa un bersaglio più facile.
Per questo la questione centrale oggi è la deterrenza. Tutta la guerra ruota attorno a questo punto. Washington e Tel Aviv non vogliono solo infliggere danni all’Iran; vogliono convincere l’Iran e l’intera regione che resistere non serve, che opporsi costa troppo, che l’unica sopravvivenza possibile è nella sottomissione. Teheran, al contrario, sa che se oggi rinunciasse alla propria capacità di deterrenza, domani verrebbe privata di ogni margine di autonomia. Un Iran disarmato o intimidito non sarebbe un Iran “pacificato”: sarebbe un Iran esposto alla coercizione permanente.
Anche sul piano diplomatico, ciò che viene presentato come “soluzione” somiglia molto più a una resa imposta che a un vero cessate il fuoco. Quando gli Stati Uniti parlano di fermare la guerra, in realtà chiedono all’Iran di accettare condizioni che lo renderebbero più vulnerabile in futuro. In sostanza, il messaggio è questo: smantella la tua capacità di difesa, riduci la tua presenza regionale, accetta nuovi limiti strategici, e forse ti verrà concessa una tregua. Ma uno Stato serio non firma la propria impotenza sotto le bombe. Sarebbe suicidio politico e militare.
Per un sostenitore dell’Iran, questa guerra non riguarda solo l’equilibrio di forze nel Golfo o il confronto con Israele. Riguarda qualcosa di più profondo: il diritto di un popolo e di uno Stato a non vivere sotto tutela americana. La Repubblica Islamica viene colpita non soltanto per quello che fa, ma per quello che rappresenta. Rappresenta, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, la possibilità concreta che uno Stato musulmano della regione mantenga indipendenza politica, capacità militare autonoma, sostegno alla causa palestinese e rifiuto della normalizzazione con il progetto egemonico sionista.
È proprio questo che Washington e Tel Aviv vogliono spezzare. Vogliono dimostrare che nessuno può restare in piedi fuori dal loro perimetro di controllo. Vogliono fare dell’Iran un esempio, un monito, un caso da usare contro chiunque pensi di poter costruire un ordine regionale alternativo. In questo senso, l’aggressione contro l’Iran è anche un messaggio indirizzato a tutta l’Asia occidentale: chi non si allinea, verrà punito.
Eppure, proprio qui si gioca il fallimento possibile dei nemici dell’Iran. Perché la superiorità militare non garantisce automaticamente la vittoria politica. Si possono distruggere edifici, basi, depositi, infrastrutture; si può uccidere, intimidire, colpire. Ma se non si spezza la volontà di resistenza, non si raggiunge il risultato decisivo. E finora, per quanto il prezzo sia stato alto, l’Iran non ha mostrato la volontà di piegarsi. Anzi, la guerra sta confermando che la Repubblica Islamica continua a considerare la propria sopravvivenza strategica come una linea rossa non negoziabile.
Il bilancio, dunque, non va fatto soltanto contando le esplosioni o misurando i crateri. Va fatto guardando agli obiettivi reali della guerra. Se l’obiettivo di Washington e Tel Aviv era imporre all’Iran la paura, l’umiliazione e la resa, allora il risultato è ancora molto lontano. Se volevano trasformare la Repubblica Islamica in uno Stato intimidito, docile e strategicamente mutilato, allora la loro impresa si sta rivelando molto più difficile del previsto.
L’Iran esce certamente da questa fase sotto pressione, ferito e provato. Ma non sconfitto. Ed è questa, per chi sostiene la Repubblica Islamica, la verità essenziale del momento presente: l’aggressione può colpire duramente l’Iran, ma non è in grado di spezzarne né la struttura né la volontà. Finché Teheran conserverà coesione, deterrenza e capacità di resistenza, avrà già impedito il vero obiettivo della guerra imposta da Washington e Tel Aviv: trasformare l’Iran in uno Stato disarmato, intimidito e subordinato.
Mostafa Milani Amin