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Dopo Trump e Netanyahu, il nuovo falso “unto di Dio”: la rinnovata congiura teologica delle lobby sioniste cristiane contro l’Iran

Reza Pahlavi definito “unto di Dio”: analisi critica della retorica del sionismo cristiano e della sacralizzazione del potere nella geopolitica contro l’Iran.

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14 febbraio 2026, di Mostafa Milani Amin


Copertina reza-pahlavi-falso-unto-di-dio-feb-2026

Dalla categoria biblica di Mashiach alla retorica militante del sionismo cristiano, l’etichetta di “unto di Dio” attribuita a Reza Pahlavi non è simbolismo religioso ma costruzione ideologica: un’operazione di sacralizzazione del potere che maschera un progetto politico controverso come missione divina, trasformando una cospirazione geopolitica e una congiura contro la sovranità iraniana in un sedicente destino provvidenziale.

Negli ultimi giorni, alcune dichiarazioni provenienti da ambienti riconducibili al sionismo cristiano hanno attirato l’attenzione per l’uso di un linguaggio esplicitamente teologico nei confronti di Reza Pahlavi, definito “l’unto di Dio”. L’espressione non è meramente retorica. Nella tradizione ebraica il termine Mashiach indica il consacrato mediante unzione — originariamente il re d’Israele, come Davide — investito di una missione divina. Nel cristianesimo, la nozione diventa centrale nella figura del Cristo. Trasporre oggi tale categoria in ambito politico significa attribuire a un attore contemporaneo una legittimazione di carattere provvidenziale, non semplicemente politico.

Il sionismo cristiano, sviluppatosi soprattutto in ambito evangelico anglosassone tra XIX e XX secolo, interpreta la storia mediorientale come parte di un disegno escatologico. Il sostegno allo Stato di Israele non viene concepito solo in termini geopolitici, ma come partecipazione a un adempimento profetico. In questa cornice, la politica si intreccia con la teologia, e le categorie religiose assumono funzione mobilitante.

Questa impostazione teologico-politica non resta confinata al mondo evangelico anglosassone. Negli ultimi anni, anche in Europa e negli Stati Uniti, esponenti politici che si richiamano pubblicamente al cristianesimo e alle “radici giudaico-cristiane” — come Matteo Salvini e Giorgia Meloni — hanno assunto posizioni apertamente filosioniste, inserendole in una narrazione che intreccia fede, identità e geopolitica. In questi casi, simboli religiosi e retorica valoriale vengono mobilitati non come semplice espressione culturale, ma come elementi di una costruzione ideologica che fonde religione e potere e utilizza il lessico cristiano come strumento di legittimazione politica. È dunque legittimo chiedersi fino a che punto tale impostazione rappresenti una coerente testimonianza evangelica o non costituisca, piuttosto, una sua strumentalizzazione funzionale a interessi strategici e a un’agenda politica ben lontana dal messaggio di Cristo.

Definire Reza Pahlavi “unto di Dio” si colloca esattamente in questa dinamica: non equivale a un endorsement politico ordinario, ma costruisce una narrazione carismatica, quasi messianica. Nella storia moderna, l’investitura simbolica di natura religiosa ha spesso svolto un ruolo di rafforzamento della legittimità, trasformando la leadership in missione e l’opzione politica in necessità storica.

Reza Pahlavi davanti al Muro del Pianto

Nel caso iraniano, il riferimento ai Pahlavi riattiva memorie controverse: da un lato modernizzazione e alleanze occidentali; dall’altro autoritarismo e repressione. L’introduzione di un lessico sacrale nel dibattito contemporaneo non è quindi un dettaglio linguistico, ma un’operazione simbolica che mira a ridefinire il significato stesso della proposta politica.

La questione, in ultima analisi, non riguarda soltanto il sostegno a una figura, ma il processo di sacralizzazione del potere. Quando categorie come “unto di Dio” vengono applicate alla contesa politica, il terreno del confronto si sposta dalla legittimità storica e popolare alla presunta investitura trascendente. Ed è proprio questo slittamento — più ancora della polemica contingente — che merita di essere analizzato con attenzione.

Resta tuttavia un elemento che non può essere ignorato. Coloro che oggi ricorrono a un linguaggio messianico per elevare a “salvatore” dell’Iran l’erede di una dinastia segnata da autoritarismo e repressione sono gli stessi ambienti politici che, negli ultimi anni, sono stati accusati da numerosi osservatori internazionali di gravi violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani. Questo contrasto solleva un interrogativo etico e politico: quale credibilità può avere una narrazione di redenzione e investitura divina quando proviene da contesti segnati da conflitti, distruzioni e accuse di sistematiche violazioni? La sacralizzazione di una leadership politica, in tale quadro, rischia di apparire non come un atto spirituale, ma come un’operazione di legittimazione strategica.

C’è infine un’evidente contraddizione che merita di essere sottolineata senza ambiguità. Gli stessi ambienti che oggi ricorrono a un linguaggio messianico per presentare un erede dei Pahlavi come “unto di Dio” sono gli stessi che negli ultimi anni hanno già attribuito una sorta di investitura provvidenziale a Donald Trump per gli Stati Uniti e a Benjamin Netanyahu per il regime sionista, elevandoli a figure quasi salvifiche. Si tratta delle medesime leadership finite al centro di durissime critiche e denunce e condanne internazionali per guerre, bombardamenti, genocidi, politiche di repressione, gravi violazioni dei diritti umani e scandali pedofili. È difficile non vedere l’incoerenza di chi, dopo anni segnati da conflitti devastanti e decisioni che hanno prodotto migliaia di vittime civili, pretende ora spudoratamente di parlare in nome di una investitura divina per il futuro dell’Iran. La sacralizzazione del potere, in questo contesto, non è un atto di fede ma un’operazione di manipolazione: un uso strumentale del linguaggio religioso per rivestire di aura divina progetti di subdolo dominio politico, riscrivere come “missione” ciò che è mera congiura contro il popolo iraniano e trasformare sporchi interessi geopolitici in un sedicente destino voluto da Dio.

Mostafa Milani Amin

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