Ciò che un seminarista deve sapere sulla tossicodipendenza
Guida per seminaristi su tossicodipendenza: fasi, dipendenza fisica e psicologica, ruolo della disintossicazione, fede e sostegno familiare nel percorso di recupero.
11 novembre 2025, di Mostafa Milani Amin
Il divulgatore religioso, prima di ogni interazione con persone affette da tossicodipendenza, deve possedere una conoscenza chiara della natura di questo fenomeno: dalle tre fasi della tossicodipendenza, alla distinzione tra dipendenza fisica e psicologica, fino al riconoscimento dell’identità reale della persona rispetto a quella alterata dal consumo di sostanze. Questa consapevolezza preliminare è il presupposto indispensabile per un intervento efficace; senza di essa, ogni azione di sostegno rischia di risultare inefficace o persino dannosa.
Agenzia Hawzah News – L’uso di sostanze stupefacenti è una delle sfide più gravi della società contemporanea. Poiché i seminaristi e i divulgatori religiosi sono in contatto diretto con la gente, è indispensabile che conoscano la natura della tossicodipendenza e le modalità corrette di interazione con chi ne è colpito. In questo quadro, l’Hojjatoleslam Emamian – psicologo clinico e consulente specializzato nel trattamento delle dipendenze – ha illustrato i punti fondamentali che un seminarista deve conoscere prima di affrontare un dialogo con una persona affetta da dipendenza.
Le tre fasi della tossicodipendenza
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Esperienza iniziale e impulso a ripetere: il primo consumo provoca un piacere intenso ma di breve durata, che alimenta la spinta a ripetere l’esperienza.
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Dipendenza: progressivamente corpo e mente si abituano alla sostanza; senza di essa, le funzioni quotidiane vengono compromesse.
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Tolleranza e aumento del consumo: l’organismo richiede dosi sempre maggiori per ottenere lo stesso effetto, con ripercussioni gravi su salute, relazioni e vita sociale.
Dipendenza fisica e psicologica
La dipendenza fisica, pur grave, rappresenta solo una parte del problema e può essere trattata con cure mediche.
La dipendenza psicologica è la dimensione più difficile: la sostanza appare come un “rifugio” sempre disponibile, sostituendo relazioni e affetti. Senza un’alternativa affettiva e spirituale, il rischio di ricaduta è altissimo.
Tipologie di consumatori
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Consumatori di sostanze “nere” (oppio e derivati), più diffusi tra adulti e anziani.
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Consumatori di sostanze “bianche” (cocaina e metanfetamine), con effetti rapidi e altamente distruttivi.
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Consumatori di farmaci psicotropi (benzodiazepine, ipnotici), spesso inconsapevoli della dipendenza che ne deriva.
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Consumatori di cannabis e derivati, che tendono a considerare il consumo un passatempo innocuo, ignari però delle considerevoli conseguenze psicologiche e cognitive nel lungo periodo.
Dipendenti “ordinari” e “dichiarati”
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Dipendente ordinario: tossicodipendente che conserva ancora legami familiari e sociali, tende a nascondere la propria condizione e può mostrare motivazione al trattamento.
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Dipendente dichiarato: consuma apertamente in pubblico, ha perso casa e famiglia e rifiuta ogni trattamento.
Per i primi, il seminarista può avviare un percorso di sostegno; per i secondi, è necessario il rinvio a centri specializzati.
L’insostituibile ruolo della disintossicazione
Finché la persona è sotto l’effetto della sostanza, prevale una sorta di “seconda identità” che rende impossibile un dialogo razionale. Il primo passo è sempre la disintossicazione fisica in centri qualificati. Solo dopo questa fase il seminarista può avviare un intervento educativo e spirituale.
Il ruolo della fede e della spiritualità
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Fase iniziale: la religione agisce come fonte di motivazione e speranza, restituendo fiducia e senso di valore.
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Fase di trattamento e mantenimento: gli insegnamenti religiosi e spirituali diventano strumenti profondi di ricostruzione psicologica e comportamentale.
Esperienze nei centri di recupero hanno mostrato che pratiche come la recitazione della Ziyarat Ashura, le cerimonie di Muharram e Fatimiyya e gli incontri religiosi riducono in modo significativo aggressività e comportamenti autolesivi.
Indagini su oltre mille pazienti hanno confermato che l’86% stabilisce un rapporto di fiducia più forte con divulgatori religiosi rispetto a terapeuti laici.
Malattia o reato?
La tossicodipendenza è innanzitutto una malattia, che richiede comprensione e trattamento. Tuttavia, essa può assumere anche la dimensione di reato quando sfocia in comportamenti che violano la legge, come furti, aggressioni o disturbo dell’ordine pubblico.
Il seminarista deve saper distinguere con chiarezza tra:
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la persona malata, che necessita di cura, accompagnamento e sostegno educativo;
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la persona che, oltre alla dipendenza, compie atti criminali, e che pertanto deve essere indirizzata non solo verso percorsi terapeutici, ma anche verso le responsabilità legali previste dalla giustizia.
Questa distinzione è fondamentale per evitare stigmatizzazioni: la dipendenza non annulla la dignità della persona, ma quando si accompagna a condotte criminali richiede un approccio integrato, in cui la dimensione medica e spirituale si affianca a quella giuridica e sociale.
Perché si ricade?
La ricaduta non è un semplice “fallimento”, ma il risultato di fattori complessi che coinvolgono corpo, mente e ambiente sociale. La disintossicazione fisica rappresenta soltanto il primo passo: la vera purificazione richiede invece equilibrio psicologico, stabilità sociale e un percorso spirituale capace di restituire fiducia e senso di valore. È alla luce di questa distinzione che emergono i principali fattori di rischio:
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pressioni familiari e sociali: accuse ingiuste, diffidenza o mancanza di fiducia generano frustrazione e possono spingere il paziente a tornare alla sostanza;
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accessibilità delle sostanze: la facilità di reperimento e la presenza di ambienti favorevoli al consumo rendono fragile ogni progresso;
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assenza di sostegno post‑cura: senza una rete familiare e sociale preparata, il rischio di ricaduta aumenta drasticamente; il paziente ha bisogno di sentirsi accompagnato anche dopo la fase clinica;
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arresto dello sviluppo emotivo: chi ha iniziato a consumare in giovane età resta bloccato a quel livello di maturità e, dopo decenni di dipendenza, fatica a gestire emozioni e relazioni adulte.
La ricaduta, dunque, non va interpretata come un segno di debolezza, ma come un campanello d’allarme che indica la necessità di un intervento integrato: medico, psicologico, sociale e spirituale. Solo così il percorso di recupero può diventare stabile e duraturo.
Esperienze di successo
Le testimonianze raccolte nei centri di recupero mostrano che è possibile risorgere dalla dipendenza e ricostruire la propria vita. Di seguito accenniamo ad alcune reali esperienze, che rendono evidente come il recupero e il reinserimento siano possibili.
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Un giovane laureando, caduto nella dipendenza da metanfetamine dopo un fallimento affettivo, ha ritrovato equilibrio grazie a un percorso integrato di cura e sostegno. Oggi, dopo quattro anni di sobrietà, è sposato, padre di famiglia e reinserito nel lavoro.
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Un ex imprenditore, travolto dall’uso di oppiacei e dalla perdita dell’azienda, ha ricostruito la propria esistenza grazie al sostegno della comunità religiosa. Dopo sei anni di astinenza, è tornato a guidare un’attività e a sostenere altri pazienti nel loro percorso.
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Una giovane madre, segnata dall’alcolismo e dalla separazione familiare, ha ritrovato stabilità attraverso programmi di cura e accompagnamento spirituale. Oggi vive con i figli, partecipa attivamente alla vita comunitaria e testimonia la possibilità di rinascita.
Indicazioni chiave per i divulgatori
I divulgatori, nel confronto con persone coinvolte nella dipendenza, devono prestare attenzione ad alcuni punti chiave per svolgere un ruolo realmente efficace di aiuto.
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Focus su educazione e prevenzione – L’energia e l’impegno dei divulgatori e degli attivisti sociali è meglio che siano orientati verso programmi di prevenzione e formazione. Lo slogan «la prevenzione è meglio della cura» trova qui piena applicazione: investire sull’educazione di bambini, adolescenti e giovani permette di evitare che essi entrino nelle fasi acute della dipendenza.
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Spezzare la “paura del detox” – Molti continuano a consumare non per desiderio, ma per un timore radicato: «se smetto, muoio» o «il mio corpo non reggerà». Questi falsi convincimenti impediscono l’avvio della cura. Aiutare a superare tali paure raccontando esperienze documentate e mostrando prove concrete — che attestano come migliaia di persone abbiano interrotto senza conseguenze permanenti — rappresenta un passo decisivo verso la guarigione.
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Offrire “alternative sane” – Alcuni pazienti temono che «se lascio la sostanza, non avrò nulla in cambio». In realtà, amore, compassione, accompagnamento e una rete di sostegno possono colmare quel vuoto. Il divulgatore, come consigliere e amico, è decisivo nel generare queste risorse: amicizia autentica e supporto sociale diventano pilastri che proteggono dalla ricaduta.
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Educare la famiglia e la rete di sostegno – La famiglia e l’ambiente sociale devono essere preparati a offrire un contesto sicuro e solidale al recupero. Il cambiamento dell’atteggiamento dei familiari verso chi è in fase di guarigione è decisivo per la stabilità e la durata del percorso di recupero.
In sintesi, il compito dei divulgatori non si esaurisce nell’offrire consigli, ma consiste nel costruire fiducia, accompagnamento e speranza. Educazione, sostegno affettivo e formazione della rete familiare diventano strumenti concreti per trasformare la fragilità in rinascita. È in questa missione che il divulgatore religioso trova la sua forza: restituire dignità e aprire la strada a un futuro libero dalla dipendenza.